Big tech, intelligenza artificiale e mercati: vera gloria o vera bolla?

Milano Finanza – Numero 022 pag. 12 del 31/01/2026

Da tempo era nell’aria, ma a metà agosto 2025 uno studio del Mit attiva l’allarme rosso: solo il 5% dei progetti connessi all’AI integrata genera valore; il resto rimane al palo, senza impatto misurabile. Sam Altman (OpenAI) ci mette del suo, evoca bolle speculative e investitori sovraeccitati. In quattro giorni l’S&P500 (le Magnificent 7 vi pesano per il 36%) cede mille miliardi di capitalizzazione.

Il panico sale fra dicembre e gennaio, alla notizia (confermata dalle interessate) della imminente quotazione di Space X, OpenAI, Anthropic, Databricks e altre aziende di hi-tech, le cui ipo condurrebbero a una valutazione complessiva di circa 2.900 miliardi. L’istinto rievoca le bolle dot-com di inizio millennio. Protagonista della nuova frenesia prossima ai seicenteschi tulipani olandesi, l’AI preoccupa per la sua redditività.

Altman annuncia che gli investimenti futuri saranno di 1.400 miliardi, le perdite di 150, l’attivo (forse) di 200 nel 2030 e si dichiara pronto a fallire se non si avverasse il sogno di creare un futuro di AI per imprese e consumatori. Google procede meglio ma, potenziando le soluzioni AI che orientano gli acquirenti, può compromettere la raccolta pubblicitaria, suo principale introito. Per analisti e gestori il rischio primario è la forte concentrazione fra pochi player e l’effetto domino in caso di insuccesso. OpenAI sta tessendo un ordito complesso con nomi quali Microsoft, Nvidia, Amd, Oracle, Coreweave, in cui si mescolano forniture di data center, energia e chip e prestiti per acquistarli, partecipazioni incrociate, enormi emissioni di debito. L’analisi predittiva spesso sottovaluta alcuni fattori decisivi.

Primo: distruzione e creazione di lavoro. Secondo il Future of Jobs Report 2025, entro il 2030 l’AI sostituirà 92 milioni di posti di lavoro persi con 170 creati. C’è chi ne dubita. Alcune banche d’affari stimano che la perdita sia più che tripla (300 milioni). Qualsiasi rivoluzione industriale crea e distrugge in modo graduale e lineare, l’AI lo fa in termini improvvisi e imprevedibili, prospettando anni di transizione connotati da forte disoccupazione. Inoltre, le competenze tecnologiche, secondo Ibm e Boston Consulting Group, hanno un’emivita inferiore a tre anni. Quanti e quali lavoratori potrebbero adattarsi a un così continuo e rapido cambio di passo?

Secondo fattore: too big to fail. Le bigtech si concentrano nella certezza che, in caso di disfatta, un governo le salvi. Trump ha già detto che non ci saranno salvataggi, ma per quanto le sue esternazioni siano volubili il niet sarebbe probabile. Le dot-com non furono salvate, le banche sì (tranne una) nel 2008. Le banche contengono risparmi destinabili a investimenti (l’intero sistema finanziario non può sacrificarsi), l’AI è un investimento tecnologico (peggio per chi vi abbia creduto ciecamente). Terzo fattore: reazione consumeristica.

Se le imprese possono integrare l’AI nei processi (ma uno studio di Bnl-Bnp Paribas del luglio 2024 ammonisce: «non è chiaro se le aziende che investono fortemente nell’AI otterranno elevati ritorni sull’investimento»), non è scontato che i consumatori facciano altrettanto.

Lo strumento costa, divora molta energia, rilascia enormi emissioni: se servisse, potrebbe escludersi il ricorso a fonti ambientalmente pessime? Che accadrebbe se la coscienza consumeristica rifiutasse o boicottasse l’AI per ragioni Esg o affini (come già è accaduto in altri settori, moda per prima)? Metaforizzando il sentire dei money manager, se vi piacciono rischio e tulipani compratene (ma non troppi), almeno sino a quando il mercato decreterà che non sfioriscono in fretta. Sarà vera gloria o vera bolla? Non spetta ai posteri l’ardua sentenza perché a giudicare, gioire o patire sarà la più parte di noi nel prossimo lustro. (riproduzione riservata)
Emilio Girino

(riproduzione riservata)

 

Emilio Girino
Thomson Reuters©
Stand-out Lawyer 2023

Scarica articolo in PDF

Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.