Intelligenza artificiale, per il robot creativo ci vuole il copyright?

Si chiama Dreamwriter.
È un robot che scrive articoli di giornale, sviluppato, e istruito al lavoro dal gigante tecnologico Tencent Technology (Pechino). Lavoro già proficuo, tanto che la licenziataria del software, Shenzen Tencent Computer Technology, ha commissionato al robot un report giornalistico in materia finanziaria, poi pubblicato online sul sito della stessa. Ma da quello stesso sito, la piattaforma Shanghai Yingxun Technology Company ha copiato e riprodotto l’articolo di Dreamwriter, senza chieder permesso.

La licenziataria corre in Tribunale (Nanshan) e reclama il copyright, dichiarando la genesi creativa del report. La strada è in salita: ad aprile 2019 una diversa corte cinese aveva negato tutela a simili istanze per impossibilità di ricondurre l’articolo a un autore umano. Ma nel dicembre 2019 il tribunale ha riconosciuto la tutela al report del robot Dreamwriter con tanto di sanzione alla piattaforma copiatrice per violazione dei diritti d’autore.

Per superare l’ostacolo della paternità non-umana delle opere, la corte ha riconosciuto la sussistenza di un fondamentale apporto umano nel processo creativo del report scritto dal robot: costruzione dell’algoritmo, attività di selezione, input e organizzazione dei dati, settaggio dei parametri dell’algoritmo e degli indirizzi stilistici, opera del team creativo della Shenzen Tencent.

Ingegnosa e realistica soluzione interpretativa: la possibilità o meno di tutelare attraverso gli strumenti di proprietà intellettuale (copyright e brevetti) prodotti di intelligenza artificiale generati da robot self-learning, sta nel dichiarare la fonte umana della creazione robotica. Le normative vigenti proteggono solo gli autori umani, ma se il report di Dreamwriter è il risultato finale di una essenziale e determinante opera umana, cioè delle scelte e degli input del team della Shenzen Tencent, l’opera diventa una creazione intellettuale integrata, ossia generata dall’uomo con l’assistenza del sistema algoritmico.

Si apre una via praticabile, sul piano interpretativo, anche in materia brevettuale per le invenzioni generate da intelligenza artificiale (Ia). È assai probabile che le invenzioni robotiche vengano inquadrate nel più ampio genus di quelle di software che, negli Stati Uniti, dopo vent’anni di negazione di tutela dall’inizio della rivoluzione di Bill Gates, furono riconosciute come oggetto di tutela autoriale nel Software Copyright Act del 1980.

Non molti anni dopo, anche le invenzioni industriali di software, purché produttive di effetti utilitari apprezzabili, furono invece brevettate negli Stati Uniti e poi anche in Europa.

In coerenza con la storica vicenda del software, potranno incentivarsi gli sforzi e gli ingenti investimenti che tale tecnologia richiede per produrre nuovi risultati utili, accrescitivi del benessere umano, sia sul piano scientifico-tecnologico sia su quello culturale. E quanto alle giuste preoccupazioni circa la trasparenza e quindi la condivisione di dati essenziali per lo sviluppo tecnologico e il processo creativo, sarà necessario far capo ai principi che nell’ordinamento e nella giurisprudenza in materia di brevetti essenziali mette capo al modello giuridico dell’accesso libero: pagante, se finalizzato a scopi commerciali; gratuito, se per scopi scientifici e/o didattici e/o di pubblica informazione, cioè per scopi non lucrativi e di utilità generale.

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Laureata nel giugno 2019 presso l’Università degli Studi di Milano con una tesi in Diritto Industriale dal titolo “La tutela del segreto commerciale: continuità ed evoluzione della disciplina alla luce del D. lgs. 11 maggio 2018, n. 63”, entra a far parte dello studio nell’ottobre 2019.

Si occupa prevalentemente di proprietà industriale e intellettuale, concorrenza sleale, diritto d’autore, pubblicità e diritto antitrust.
Svolge attività di ricerca e collaborazione con il Professor Ghidini.

E’ Cultrice della materia Diritto industriale presso l’Università degli Studi di Milano.