Un’idea per non scaricare sui conti correnti il peso dei tassi negativi

Non è stata la dichiarazione di Jean Pierre Mustier a innescare il problema. Essa ha solo stimolato la riflessione su un dilemma esplosivo: i tassi negativi sui depositi nelle banche centrali vanno riversati sui depositanti? La domanda è riduttiva e scatena panico, demagogia, sottovalutazione: panico nella clientela che s’ingegna di sfuggire all’odioso paradosso di pagare per tenere liquidi in banca; demagogia che trasforma un serio problema tecnico in un’abnorme e suicida guerra anti-bancaria; sottovalutazione degli effetti collaterali, giuridici e finanziari producibili da una simile misura. Non è col trasferimento della perdita sulla clientela che si risolve l’inedito problema nella storia del denaro: mai i creditori hanno pagato i debitori. Perché ci troviamo in questa impasse?

Senza le misure adottate dalla Bce nelle fasi acute della crisi l’economia europea starebbe assai peggio di quanto non stia ora, pur colpita dal demente conflitto doganale, dalla sconfitta della globalizzazione e dalla crescente recessione. L’effetto collaterale, indesiderato ma di gran lunga migliore della cancrena che avrebbe consunto i sistemi economici e finanziari, è stato una contrazione generalizzata dei tassi di interesse sui titoli obbligazionari. Il crollo generale del costo del denaro ha fatto sì che anche i titoli spazzatura offrano oggi rendimenti negativi. Una distopia indigesta agli investitori, che preferiscono scansare gli investimenti e mantenere liquidità in conto con la certezza di almeno non perderci. Certezza oggi non più solida. L’Eurosistema impone alle banche di depositare in Bce una data quantità di liquidità (riserva minima) per fronteggiare possibili shock. Gravide di liquidità, le banche hanno però depositato quantità ben maggiori. I tassi negativi riconosciuti dalla Bce (attualmente -0,5%) fanno sì che le banche perdano giornalmente una piccola quota dei loro depositi. Da qui l’idea della «penalizzazione transitiva»: idea da valutare con molta cautela.

Sul piano legale, il tasso negativo diventa un costo? Domanda non peregrina: le aule giudiziarie traboccano di azioni, opinioni e, talora e purtroppo, decisioni che, spesso preda di esasperazioni formalistiche o di illusionismi sofistici o matematici, rendono gratuito un mutuo per supposta insufficiente trasparenza o per ritenuto superamento delle soglie usurarie. Un interesse, pur negativo, è una condizione di remunerazione e non un costo aggiuntivo, ma, in assenza di un inequivoco chiarimento normativo, il rischio di una riqualificazione potrebbe far saltare il banco.

Sul piano tecnico, il fenomeno si va ridimensionando. L’introduzione dal 30 ottobre del tiering (tasso negativo solo sulle riserve minime e tasso zero sui depositi eccedentari) condurrà a un recupero di alcuni miliardi per le banche europee. Dunque non c’è ragione di precipitare.

Infine, gli effetti collaterali: contrazione dei depositi (uso improprio dell’assegno circolare o prelievo e custodia in cassetta di sicurezza, con ogni intuibile difficoltà gestionale e buona pace della lotta al contante), ridistribuzione su più istituti sino alla soglia di interesse negativo (con annesso aumento dei costi per il depositante), fuga verso lidi non europei. La soluzione più logica e gradita a banche e clienti sarebbe il loro investimento. Già, ma in un mercato asfittico il reindirizzamento potrebbe spingere su prodotti inadeguati al profilo di rischio dell’investitore e comunque con vincoli temporali di liquidità sgraditi ai depositanti.

Contro-idea: creare veicoli di cartolarizzazione nei quali la banca convogli i crediti a breve verso la miglior clientela emettendo titoli che assicurino al depositante un rendimento contenuto ma non negativo. La banca assume una quota di compartecipazione significativa nell’emissione e la durata, in parallelo a quella dei sottostanti, dovrebbe oscillare fra i 2-3 anni. Un semplice spunto, certamente perfettibile e certamente non il solo. Ma una tassazione impropria dei depositi no, non funzionerebbe. Ha ragione il presidente di Intesa, Gian Maria Gros-Pietro, quando afferma che è tempo di aggiungere, non di sottrarre.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.