Terzo pilastro dell’unione bancaria: chimera d’argilla?

La capriola con cui, a differenza del caso Tercas, la Commissione Ue ha benedetto l’iniezione di 3,6 miliardi di euro in una delle più disastrate banche locali tedesche (la Norddeutsche Landesbank-Nlb) ha scatenato una pesante indignazione. Ma come? Per Tercas l’uso del fondo interbancario di tutela dei depositanti, fondo privato alimentato dalle stesse banche, sarebbe un aiuto di stato (decisione che la Corte europea boccerà sonoramente nel marzo scorso), mentre va benissimo che gli azionisti pubblici, cioè i Laender di Niedersachsen e Sachsen-Anhalt, immettano denaro in Nlb.

Tutt’altro che stupefacente vista la disinvolta leggerezza con cui la Germania si è sempre mossa quando le crisi la riguardavano direttamente, l’episodio restituisce la vera chiave di lettura della cosiddetta apertura tedesca verso la costruzione del terzo pilastro dell’unione bancaria: il fondo di tutela europeo.

Comparso a metà novembre, il position paper (da taluni acutamente ribattezzato non-paper) del ministro delle finanze Olaf Scholz, non è affatto un passo avanti come molti sperano e credono, bensì una provocazione pura. Il congegno esige due presupposti: (a) la creazione di accantonamenti bancari sui titoli di stato in portafoglio in ragione della percentuale di concentrazione e del rating e (b) un rapporto Npl/erogato non superiore al 5%. Il secondo paletto non inquieta, viste le previsioni Abi che indicano il rapporto al 5,5% nel 2021. Il primo invece sarebbe una iattura per le nostre banche che hanno sostenuto il paese assorbendo un’enorme quantità di debito: gli accantonamenti causerebbero una salita, ingente e inutile, dei requisiti patrimoniali e, quindi e quanto meno, una nuova contrazione dell’erogabile in un mercato di certo non su di giri.

La provocazione, come tale per una volta giustamente rispedita al mittente, è pure uno schiaffo al G20 e al club di Basilea che, grazie soprattutto al veto giapponese, ha appena escluso dalla quarta versione dei requisiti prudenziali interventi di sorta sui titoli sovrani. Per un’ovvia ragione: svalutare il debito pubblico per minusvalenze temporanee equivale a privare l’intero sistema di un riferimento risk-free.

La domanda è: perché la Germania, alle prese con una brutale recessione manifatturiera in negativo da 15 mesi e con un Npl ratio peggiorato a giugno, formula una pseudo-apertura che porterebbe al tracollo bancario? Semplice. Ciò che la Germania teme è il suo tracollo bancario. Dopo il fallimento del tentativo di fusione delle due principali banche e con la critica situazione di molte Landesbanken, fortemente radicate nel tessuto politico locale e da salvarsi per scongiurare ricatti elettorali (da qui il pilotaggio del caso Nlb), il governo tedesco attende con ansia gli esiti della Trim, il processo di revisione dei metodi interni di stima degli attivi avviato dalla Bce e prossimo a chiudersi nel 2020 con profetizzabili sorprese. Sorprese che riguarderanno soprattutto gli attivi a rischio, per i quali la fantasiosità di stima (MF-Milano Finanza 18.5.19) tocca spesso apici pindarici. Con una presenza di attivi a rischio nei bilanci bancari pari a 10 volte il Cet1, basterebbe che le correzioni incidessero per il 10% perché il capitale di qualità degli istituti tedeschi andasse in fumo. Alla perdita di primazia economica s’aggiungerebbe una crisi bancario-finanziaria senza precedenti e un inevitabile rimbalzo sul rischio paese: altro che spread! La contromossa anticipata è dunque il tentativo di affossare le concorrenze estere e, prima fra tutte, quella italiana, terza azionista Bce, giocando una volta di più sulla leva del debito (solo quello esplicito, s’intende). Non a caso l’unico ragionevole presupposto del fondo, la creazione di un bond europeo, è assente nel non-paper di Scholz, in coerenza al perenne gran rifiuto germanico di condividere i rischi: scelta forse da rivedere.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.