Reshoring, ora per le aziende il rimpatrio è un affare. Iniquo

Lo chiamano back reshoring o semplicemente reshoring, l’opposto di offshoring. Senza indigesti anglicismi: rilocalizzazione. Niente di nuovo: il rimpatrio delle attività produttive dura da tempo e al 2014 l’Italia, con 97 rientri eccellenti nei quindici anni precedenti, è risultato il secondo paese al mondo a riportare a casa ciò che aveva traslocato oltre confine. Non per spirito patriottico ma per pura convenienza: produrre fuori sede, sfruttando costi minori di manodopera e infischiandosi delle ripercussioni sul mercato nazionale, è rapidamente divenuto sconsigliabile perché il costo lavorativo fuori casa è cresciuto e le burocrazie aumentate. Meglio tornare all’ovile, dove, alla fin fine, le cose sono più facili e vicine.

La novità sta altrove. Ora si discute d’incentivare il reshoring: dimezzare o quasi l’Ires per le imprese che rilocalizzino e restino in Italia per almeno cinque anni, cioè stimolare quelle che ancora non si siano persuase che la delocalizzazione è stata una sirena fatua, strategicamente e socialmente perdente. Bandendo ogni molesto moralismo, la questione stimola un paio di considerazioni molto (in)attuali. La prima tecnica, la seconda (ben più pruriginosa in tempi di sostenibilità varie) politicamente e concorrenzialmente scomoda.

Prima considerazione. Premiare fiscalmente le imprese che rientrano potrebbe evocare l’orripilante aiuto di Stato. Perché mai? Fra le sue molte pecche la Ue ne annovera una da guinness. Conficcare nell’aiuto di Stato un’agevolazione fiscale è un puro controsenso in un sistema che tutto ha cercato di omologare ma non ha mai creato un vero level playing field tributario. Nell’Europa orientale molte imprese europee sguazzano profittando di tassazioni irrisorie, ma quasi enormi se confrontate alla corrività fiscale irlandese verso i tecno-giganti. Ingiusto? Niente affatto, dato che la politica fiscale è lasciata alla libera determinazione degli Stati membri.
Il contrario presupporrebbe una distopia prossima alla follia: superammortamenti, incentivi fiscali agli investimenti 4.0 e affini, regimi forfettari, sarebbero dunque aiuti di Stato? Se una politica unionista fiscale non esiste, perché una politica nazionale tributaria incentivante dovrebbe incappare nel sacrilegio anticoncorrenziale?

Seconda, scomoda anzi scomodissima, considerazione. Anche ammesso che gli incentivi fiscali alla rilocalizzazione superino le brussellesi forche concorrenziali, premiare chi torna e lasciare così com’è chi mai se ne è andato sarebbe davvero un’equa soluzione? Il languido reshoring favor, non alieno da blandizie elettorali, s’accoppia maldestramente al ritorno dei cervelli e agli scudi fiscali. Calandosi nelle vesti d’imprenditori che sin qui non hanno ceduto all’ammalio dell’offshoring, rinunciando a profitti facili in cambio della fidelizzazione dei loro lavoratori e del rispetto delle loro tradizioni di impegno sul territorio, diviene un intollerabile colmo sentir premiare chi, giovandosi di un legalizzato beneficio, prima ha risparmiato e lucrato e oggi si vede soccorso dal fisco.

A tutto però c’è rimedio. Se agli incentivi di rilocalizzazione con obbligo di permanenza quinquennale s’accompagnasse un eguale sconto d’imposta per chi nell’ultimo quinquennio non ha delocalizzato e un premio ad hoc per chi mai lo ha fatto, forse non si porrebbe alcun problema: né di aiuti di Stato, perché la misura avrebbe carattere generale e dunque supererebbe la prova di resistenza dell’art. 107 Tfue, né di iniquità sperequativa, quest’ultima in forte odore di incostituzionalità rispetto al principio di capacità contributiva. Una settimana fa i ministri delle finanze di Italia, Spagna, Francia e Germania hanno pubblicato una lettera aperta con cui denunciano l’inaccettabile offshoring mondiale, i tatticismi geo-fiscali, la pseudo-tassazione dei big-techs, promettendo di trovare una soluzione entro il 2020 a prezzo di un duro lavoro a fianco dell’Ocse. Progetto ammirevole e ambizioso. Un reshoring equo e sostenibile potrebbe, intanto, essere un buon inizio.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.