Che fine faranno i rating dopo la spallata di Francoforte

La Ue s’era impegnata per iscritto. «L’Unione sta rivedendo […] tutti i riferimenti ai rating del credito per scopi regolamentari, con l’obiettivo di eliminarli entro il 2020, a condizione che siano identificate e attuate alternative adeguate alla valutazione del rischio di credito».

Così recita il 6° considerando del reg. 462/2013 che modificò, in piena crisi, il reg. 1060/2009. La stessa riforma, che introdusse l’utopico divieto di sovraffidamento (overreliance) e il diabolico meccanismo per la prova del danno, si poneva l’ambizioso fine di evitare che norme Ue e nazionali continuassero a vincolare le scelte degli investitori al rilascio del rating. Da allora in poi si disquisì a lungo sulla creazione di un’agenzia indipendente europea, che mai vedrà la luce.

Il rapporto della Commissione del 19/10/2016 ridimensiona quell’ambizione. Vi si legge, in breve, che il mercato è dominato per il 91,89% da S&P, Moody’s e Fitch che spadroneggiano anche sul versante commissionale, le agenzie minori faticano ad affermarsi, malgrado ogni successivo intervento normativo (direttive e regolamenti Gefia, Oicvm, Emir, Crr, Crd IV, Solvency II) l’overreliance è dura a morire, i credit scoring delle banche centrali nazionali non sono comparabili, quelli dell’Ocse limitati a rischi specifici. Concludendo: sul mercato non ci sono, per ora, valide alternative e si confida in un’evoluzione a lungo termine. Qualcosa però nel frattempo è cambiato.

Intanto sembra che i rater stiano perdendo signoria. Lo dimostra la debole reazione dei mercati all’ultimo declassamento del debito italiano ad opera di Fitch. Ma il colpo più violento l’ha sferrato la Bce il 21 aprile, dichiarando che avrebbe accettato, a garanzia dei prestiti concessi alle banche, anche i titoli sovrani e societari con rating inferiore a quello attuale purché non oltre la doppia B. L’inevitabile maggior debito derivante dal disastro virale ed eventuali declassamenti non impediranno alle banche di continuare a utilizzare titoli di stato come collaterali. Ci voleva una pandemia mondiale perché il dossier si riaprisse.

Non per mano della silente Commissione ma per scelta della Bce, una volta di più in veste supplente. La spallata ha una data di scadenza (settembre 2021) ma non sarà l’inizio d’una vera svolta? Esclusa, a quanto pare, la creazione di un’agenzia europea, potrebbe essere la stessa Bce a favorire il divieto di sovraffidamento. Basterebbe che la banca centrale rivedesse, ai propri fini, i rating emessi dalle principali agenzie correggendoli attraverso la considerazione di fattori normalmente ignorati. Tre in particolare: l’assenza di un default, anche solo parziale, del singolo stato; il livello del debito privato; la ricchezza globale del paese.

Un debito sovrano mai disonorato è sinonimo di buon pagatore, un basso debito privato esprime un più basso livello di indebitamento complessivo di un paese, una sostanziosa ricchezza è di per sé una garanzia di affidabilità. A questi tre fattori andrebbero associati notch in aumento rispetto a quelli attribuiti dalle agenzie, pervenendo a formulare anche diversi rating della Bce per i paesi dell’Unione. Non servirebbe neppure estirpare i rating dai regolamenti: basterebbe inserirvi il riferimento congiunto ai rating terzi e ai rating Bce, stabilendo il principio per cui prevalga quello più favorevole. Progressivamente, i giudizi delle agenzie finiranno con l’allinearsi a quelli della banca centrale, con riduzione del sovraffidamento.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.