Proposta per sostituire un indice inaffidabile: il pil

Concepito negli anni 30 quale indice univoco di ricchezza nazionale, il pil è stato spesso processato «per infelicità» da fior di economisti, premi Nobel, politici (celebre nel 1968 la requisitoria di Robert Kennedy).

La fredda logica numeraria che lo ispira trascura infatti che il suo aumento non di rado consegue a sciagure: terremoti e guerre uccidono persone e distruggono case, ma armamenti e ricostruzioni aumentano il pil.

Non serve qui far etica né scovare bizzarre alternative, come gli indici di felicità inaugurati in Bhutan e accarezzati dai sistemi autocratici perché estratti da dati soggettivi massaggiabili. La domanda è: il pil è un vero indice di ricchezza e, ancor più, è un affidabile misuratore della capacità restitutoria del suo primo contraltare (debito pubblico)? Il pil si calcola in tre modi: a) il metodo della spesa (somma di consumi, investimenti, spesa pubblica e saldo netto della bilancia commerciale); b) il metodo del valore aggiunto (tutti i costi della produzione); c) il metodo del reddito (costo del lavoro e del capitale investito, cioè stipendi e profitti e tasse sulla produzione al netto dei contributi statali).

In ogni caso l’indice è una convenzione monetaria basata sullo scambio di beni o prestazioni contro denaro, tant’è che nel pil non rientra il valore del lavoro domestico o del volontariato, mentre vi rientrano i proventi di attività criminali, quali spaccio di droga o prostituzione (resta un mistero la fonte dei dati). Il limite principale del pil sono le sue inevitabili moltiplicazioni fittizie: se spendo 100 per un paio di calzoni, se il venditore li rispende al ristorante e se il ristoratore li impiega per comprarsi un paio di scarpe, il pil cresce di 300, ma ciò non significa che la ricchezza sia triplicata. Paradossalmente, cancellando imposte catastali e di registro centinaia di migliaia di compravendite immobiliari a doppio senso aumenterebbero il pil a dismisura.

Perché il rapporto debito/pil sia credibile occorrerebbe sostituire il denominatore con parametri che restituiscano l’esatta misura della ricchezza reale di un Paese e della sua effettiva solvibilità. Tali parametri si rintracciano nei redditi disponibili, nei risparmi e nel valore reale delle attività materiali o finanziarie di famiglie e imprese.

In Italia a fine 2017 (fonti Istat e Bankitalia) il reddito lordo disponibile delle famiglie era di 1.146 miliardi di euro, la loro ricchezza netta (dedotte le passività finanziarie) di 9.743 miliardi, quella delle imprese non finanziarie di 1.052 miliardi. Sommando i fattori, la ricchezza complessiva italiana a quella data equivaleva a 11.941 miliardi contro un debito pubblico di 2.263 e un pil di 1.725 miliardi: dunque un debito/pil del 131,2% e un debito/ricchezza reale del 19%.

Si desista dalla facile conclusione per cui una patrimoniale del 10% dimezzerebbe il debito pubblico: non voglio né dirlo né tantomeno auspicarlo (fra l’altro è una balzana ipotesi in forte olezzo d’incostituzionalità, essendo la ricchezza finanziaria e immobiliare già fin troppo tassata). È chiaro invece che il parametro attuale proietta un’immagine nettamente falsata del peso del debito. Il temutissimo default (le cui ragioni non s’afferrano: l’Italia anche nei periodi più bui non ha mai disonorato il suo debito) che comportasse una svalutazione del 50% inciderebbe per il 10% sul totale della ricchezza del Paese. Una botta pesantissima, non c’è dubbio, ma non tale da annichilirci. Se vogliamo riscrivere l’euro, per dirla con Jonathan Swift e risparmiandoci il suo surreale cannibalismo, è da questa modesta proposta che dovremmo ripartire

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.