Onda lunga, danni strutturali, moratorie: le tre eredità del virus

La pandemia non ha risparmiato nessuno ma ha colpito in modo distonico e sparso, producendo talora conseguenze ai limiti del paradosso. Uno studio della Banca d’Italia del 12 maggio (a firma Alessio De Vincenzo, capo del Servizio Stabilità finanziaria) offre uno spaccato che in qualche modo spiazza le previsioni iniziali.

Gli effetti della pandemia sono ampi ma eterogenei rispetto ai settori coinvolti: se la perdita di fatturato è significativa, il calo di redditività è in parte compensato dagli interventi di sostegno, benché il comparto servizi registri un maggiore shock rispetto agli altri. Se nella crisi del 2009 i margini operativi lordi erano scesi del 10%, il Covid fa segnare per ora un -7%, mentre il valore aggiunto registra un -9%. Cresce la leva finanziaria nei settori più colpiti (alberghiero, ristorazione, intrattenimento mentre agricoltura, trasporti e magazzinaggio evidenziano un impiego minore), ma il trauma complessivamente più intenso è accusato dalle pmi del Mezzogiorno. Il livello di rischio sul debito (probabilità di default superiore al 5%) sale dal 10% al 14%, ma in misura minore rispetto alle precedenti fasi recessive. In effetti la dilazione di buona parte del debito ha ridotto il ricorso al rifinanziamento e generato significative riserve di liquidità: il che assesta il valore reale della leva intorno a quello pre-pandemico. Lo studio conclude suggerendo azioni mirate: rafforzamento della struttura patrimoniale delle imprese, anche mediante riduzione dei costi di capitalizzazione con mezzi propri, fondi perduti per le piccole imprese, misure di favore alla quotazione, al venture capital e alle startup, incentivi alla ristrutturazione dei debiti sul versante sia debitorio sia creditorio, miglioramenti delle procedure fallimentari ed esecutive, adeguati accantonamenti bancari su nuove erogazioni. Misure in buona parte recepite dal decreto Sostegni-bis. Non possono però ignorarsi almeno tre fattori.

Primo: onda lunga. Il bilancio pandemico non è né può essere chiuso e le riaperture andranno a pur non pieno regime fra giugno e luglio. Metà dell’anno è rimasta schiava del contenimento antivirus. Pur nel migliore degli scenari, non è prevedibile un recupero del tessuto economico in un semestre.

Secondo: danni strutturali. Molte piccole attività produttive non hanno retto il colpo e non perché si trattasse di imprese-zombie: l’urto è stato letale e in questi casi gli aiuti si sono rivelati un blando sedativo. Inoltre, certi adattamenti comportamentali forzati dalle circostanze (lavoro in remoto, esasperazione dell’e-commerce di massa, eliminazione delle trasferte lavorative) hanno provocato la distruzione di una consistente quota di valore arrecato dal relativo indotto.

Terzo: moratorie. Inevitabile in fase acuta, tale misura rischia d’incagliare la ripresa. Applicata in termini generalizzati, essa conduce al paradosso di aumentare la liquidità disponibile nell’immediato ma di incrementare il peso del debito negli anni a venire con intuibile crescita del rischio di default o di depatrimonializzazione progressiva.

Ai suggerimenti della Vigilanza, dovrebbero aggiungersi misure di metodo, lungo altrettante direttrici: proseguire nel sostegno adottando un criterio previsionale anziché storico, soggetto a puntuale obbligo di rendicontazione e verifica; incentivare, anche fiscalmente, il recupero di modelli di frequentazione fisica negli affari e nel commercio; mantenere le moratorie in forma selettiva secondo parametri chiari e predefiniti (debito, riserve, livello di leva) e se del caso rimodularle in base allo stato di avanzamento della ripresa di ciascuna realtà. Molto sin qui si è fatto, ma molto è il da farsi, specie avviando un dialogo diretto con le unità produttive per evitare che l’aiuto disperso rischi di privilegiare realtà più fortunate a scapito di quelle realmente più bisognose. È un da farsi non facile ma neppure impossibile per un governo che sta tirando le redini nel verso giusto.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.