Un microrganismo impartisce tre lezioni, ma solo a chi saprà ascoltarle

Per ragioni di spazio, nella versione stampa non è stata riprodotta l’epigrafe cui l’autore si era ispirato per la stesura dell’articolo. La riproduciamo qui di seguito.

Io, che coltivavo il vizio del solipsismo e avevo per insegna
“vietato l’ingresso”, mi trovo vietata l’uscita
(G. Morselli, Dissipatio H.G., 1977)

La tragedia che viviamo dovrebbe indurci ad annotare tre fatti.

Primo fatto. Borioso e trombettante senso d’onnipotenza, soverchie mire espansionistiche, insalubre avidità, sciocca illusione d’eternità, titanico solipsismo internettiano cedono il passo a un neo-microrganismo dal diametro di qualche decina di nanometri (milionesimi di centimetro). Il primordiale essere, che adora il caldo umano e che se uccide sbaglia bersaglio perché morto il bersaglio anch’esso muore, ha messo in ginocchio il mondo.

Prima lezione. Nel sentire della vulgata la cultura è inutile, la scienza derisa, la ricerca ridotta ad un esercizio sterile rispetto alla potenza -nemesi linguistica virale e influenzante di blogger e, appunto, influencer, no-vax, terrapiattisti, negazionisti e affini. La cultura e la scienza andrebbero invece lodate e soprattutto finanziate: chi da sempre ha donato, ben prima del virus, non è solo un saggio, è un genio precursore. Una ricerca potente e ben pagata può meglio combattere le imprevedibili evoluzioni di parassiti capaci di sfracellare vite ed economie. L’incompetenza non è un valore: è una rovina.

Secondo fatto. Lo smartworking impazza e già v’è chi pensa di elevarlo a normalità operativa (non arduo scorgerne le ragioni). Tranquillizziamoci: esiste già (ed è già regolato: oggi si è agito in deroga). Domandina facile: se spediamo una mail o un sms di lavoro a mezzanotte o nei weekend non stiamo già lavorando agilmente senza manco accorgercene?

Seconda lezione. L’agire in remoto è un rimedio per le sciagure come i messaggi cifrati in tempi bellici, ma non può essere un pretesto per privare chi lavora di confrontarsi umanamente, cioè anche in fisica presenza. Sarebbe come dire che, finita una guerra, dovremmo eleggere i bunker come uffici abituali.
In aperto e coraggioso conflitto d’interessi, Steve Jobs sosteneva che la creatività nasce da incontri e discussioni casuali, non dall’inchiodarsi a un videoterminale. Deploriamo l’isolamento causato dalla connessione virtuale, ma possiamo (potevamo) farlo in una comoda sala riunioni o davanti a un cocktail d’un bar affollato da sconosciuti, magari antipatici ma presenti. Vogliamo pensare che, in tempi normali, staremmo meglio lavorando perennemente da casa (sempre che si possa, perché chi fabbrica cibo e oggetti non potrà mai permetterselo)?

Terzo fatto. La luce in fondo al tunnel non si vede e se la vedessimo, a sentir Woody Allen, sarebbe meglio non vederla. Nessuno può negare che, a emergenza finita e chissà quando, il danno economico sarà smisurato. I più deboli saranno annientati arruolandosi nella lievitante e famelica armata dei poveri o impoveriti e trasformandosi in un ordigno socio-economico peggiore d’un virus.

Terza lezione. Duplice. 1) L’ipertrofica diseguaglianza sociale, antitetica al sano capitalismo, condurrà al decesso economico di milioni di persone, già penalizzate dall’amazzonica crociata per la soppressione dei commerci di prossimità (ora rivelatisi, invece, una fonte salvifica). Resisteranno i satrapi senza i paria acquirenti? Il modello dell’esasperazione sperequativa salterà per forza o, peggio, con la forza. 2) I format economici da tavolino, con i loro contraffatti rapporti percentuali, sono destinati all’archivio. La vita reale non può crocifiggersi a parametri incapaci di esprimerne i veri bisogni. Fra i vertici Ue cominciano a delinearsi due fisiognomiche: quella di chi parla senza pensare e quella di chi inizia a ragionare. La ragione è ciò che ci resta ed è immune al virus.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.