Le criptovalute? Sono investimenti finanziari senza regole

Si dice che odori di bolla. Forse sì, almeno come notizia: quando furoreggia tutti ne parlano, quando precipita se ne parla il meno possibile (più o meno come Newton non volle più sentir parlare della South Sea Company dopo avervi perso una fortuna). A riaccendere il faro sulle criptovalute è stato il rocketing sul bitcoin di febbraio: oltre 58 mila dollari, secondo i più ricollegabile alle spinte di autorevoli influencer.

Quando, nell’autunno 2018, notai che una criptovaluta (altro, in parte, sono i crypto-asset) non poteva che essere considerata un prodotto finanziario e non già un mezzo di pagamento, qualcuno storse il labbro. Sarà, ma ad oggi solo l’1,3% delle operazioni in bitcoin, secondo un recente studio di Chainanalysis, corrisponde a un pagamento di beni o servizi. Sarà, ma nell’ottobre 2019 il dlgs 125, modificando il decreto antiriciclaggio, qualificò la valuta virtuale come rappresentazione digitale di valore utilizzata anche per finalità di investimento. Sarà, ma nel frattempo la Cassazione (26807/2020) sentenziò che la réclame di criptovalute come investimento equivale ad esercizio abusivo di intermediazione finanziaria.

A che punto è la notte della legge? Semplice: i prestatori di servizi in valuta virtuale sono tenuti a iscriversi, sulla base di apposito decreto ministeriale, in una sezione ad hoc del registro dell’Oam (tenutario degli elenchi di agenti finanziari e mediatori creditizi) e ad osservare gli obblighi previsti dalla normativa antiriciclaggio (adeguata verifica dei clienti, conservazione dei dati, segnalazione di operazioni sospette). Il decreto ministeriale ancora latita, ma la Guardia di Finanza (che il 22/3/2019 siglò un protocollo di cooperazione con l’Oam) ritiene che gli obblighi antiriciclaggio vadano comunque rispettati quando l’offerta di una criptovaluta è reclamizzata come investimento.

Tutto qui? Nient’affatto. Per configurare un prodotto finanziario, secondo Consob, bastano tre requisiti: impiego di capitale, aspettativa di rendimento, assunzione di rischio direttamente correlato al capitale impiegato. Per definizione legislativa, per funzionalità specifica e per livello di volatilità, la criptovaluta rappresenta di per sé un investimento di natura finanziaria: ciò significa che, antiriciclaggio a parte, offrire di comprare o vendere criptovalute in modalità professionale non può equivalere alla semplice attività del cambiamonete da aeroporto o sito turistico, bensì deve sottostare alle regole del mercato finanziario (autorizzazione, trasparenza, tutela dell’investitore, controlli).

A voler spingersi un po’ più in là ci sarebbe anche un altro dettaglio: un prodotto finanziario non può essere influenzato in maniera tale da alterare la normale operatività di un mercato. Se n’è accorto, più di sei anni fa, anche il Regolamento 596/2014 che, nell’ambito della riforma Mifid-2, ha esteso l’applicazione della disciplina su insider trading e manipolazioni, concepita in origine solo per titoli quotati, anche a tutto ciò che vi ruota intorno. Perché non estendere il principio anche a valute virtuali che per quasi il 99% sono impiegate per fini di investimento? Perché le criptovalute sono tollerate e ancora scarsamente regolate, per nulla quotate ma, di fatto e di diritto, sono prodotti finanziari.

È sistematicamente inconcepibile e concorrenzialmente intollerabile che un prodotto finanziario virtuale sia fabbricato e distribuito in assenza di regole che, per ogni altro investimento, sono ampie e stringenti. La tecnologia finanziaria non va frenata ma riportata ad un livello normativo equivalente a quello cui è soggetta la finanza reale. La lezione è semplice: una bolla consegue immancabilmente o a un vuoto normativo o a una perdita di controllo. Ma il legislatore fatica a capirla, salvo stracciarsi le vesti quando la bolla esplode, per poi smettere di parlarne. Newton insegna. Ultimamente anche Yellen, che però sembra aver capito.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.