Fintech, l’utopia cashless aggraverebbe il malessere di miliardi di persone

Si fa un gran parlare di fintech e per i geniali o genialoidi creatori è scontato che la rete legittimi qualsiasi operatività alternativa. Chiariamoci: la tecnologia finanziaria serve e non va vietata per principio, così come le criptovalute, primaria espressione di fintech, non sono un male in sé.

Ciò che disturba è l’attitudine a spacciare per strumento inclusivo ciò che, allo stato della quotidianità monetaria mondiale, potrebbe causare un pesante regresso del modesto e precario benessere di gran parte del mondo oltre che riportare le lancette dell’orologio ai tempi della deregulation. Un recente scritto di Marcello Minenna (Diritto degli Affari, 3/19, 137) offre utili prospettive di riflessione.

Per controbilanciare la criptovaluta privata e impedirne le degenerazioni (disintermediazione selvaggia, anonimato e creazione di paracontante) molte banche centrali vanno concependo monete digitali di Stato a corso legale (Central Bank Digital Money-Cbdc), a differenza della criptovaluta che per definizione non è fiat currency. Sul tutto grava il mantra del cashless. Lo scritto fotografa uno stato di fatto ben distante dall’utopico orizzonte su cui si colloca il fintech e la sua ambizione inclusiva. Cina, India e Indonesia (40% della popolazione mondiale) annoverano rispettivamente il 12, il 21 e il 6% di unbanked people. In Medioriente e Nord Africa si sale all’86%. Per aprire un conto serve un documento d’identità, di cui sono privi 1,5 miliardi di africani e asiatici. Nel contempo il contante continua a spadroneggiare: fra il 2006 e il 2015 le banconote indiane sono aumentate del 14% l’anno: il 98% dei pagamenti kenioti avviene in contante; in contante sono pagati i salari nel 31% del mondo.

La celebrata disruption tecnologica che portasse fulmineamente al mondo cashless, come oggi accade in Svezia, aggraverebbe il malessere socio-economico di una consistente fetta di popolazione mondiale. Le conseguenze tuttavia vanno oltre quanto evidenziato in quello scritto. Una totale digitalizzazione monetaria inciderebbe, specie nelle sacche di povertà, anche su elementari libertà, mescolerebbe atto di pagamento, trattamento dei dati e profilazioni commerciali, aumenterebbe i rischi di furto di identità digitali rendendo possibili istantanee depredazioni di patrimoni.

Anche la lotta al riciclaggio ne risentirebbe: l’hackering criminale, raffinando i metodi di scassinamento, renderebbe ancor più opache e sfuggenti le operazioni di lavaggio. Come uscirne? Le nascenti Cbdc non sono una soluzione, bensì una reazione. Tre le azioni indifferibili. Primo: arginare fenomeni di fintech che già oggi cozzano con la normativa vigente, come nel caso di taluni schemi criptovalutari (troppa indulgenza all’inizio crea precedenti non disinnescabili).

Secondo: stilare un’agenda di progressione dell’evoluzione finanziario-tecnologica, previa misurazione degli impatti economici e sociali di repentine forme alternative di scambio e approntamento di strumenti per contenerli. Terzo: non trascurare il rischio di produrre, grazie a discipline immotivatamente differenziate, effetti di disparità concorrenziale nel mercato dell’intermediazione. Ratificare un sistema parallelo a minor tasso di controllo spingerà gli operatori verso modelli deregolamentati che ridaranno la stura a bolle, violazioni e scempi di antica o recente memoria. Disruption rima con, ma non equivale a, destruction.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.