L’evasione fiscale tra i dati reali e le codardie normative mondiali

Il problema è noto e le pesanti ripercussioni economiche della pandemia non fanno che esasperarlo. Parliamo di evasione fiscale. La «Relazione sui reati finanziari, l’evasione fiscale e l’elusione fiscale» del Parlamento Europeo (26/3/2019), basandosi anche su uno studio della Tax Research Uk di due mesi prima, rileva alcune singolari storture.

Se in Italia l’evasione fiscale raggiunge (riferimento per tutti è il 2015) 190 miliardi, in Germania ne totalizza 125, in Francia 118, nel Regno Unito 87, in Spagna 60. Certo, pesano differenze demografiche e di pil, però le cifre sono tutt’altro che modeste e, nel caso tedesco, assai preoccupanti, tenuto conto che la pressione fiscale in Germania, in quel periodo, era del 38,4% e l’italiana del 43%. La faccenda è complessa. All’evasione pura s’affianca la sottrazione di gettito grazie a soluzioni o espedienti legali o quasi-legali.

Nove paradisi fiscali (fra cui tre stati Ue: Lussemburgo, Olanda e Irlanda) assorbono, sul gettito da utili d’impresa, il 26% in Germania, il 22% in Francia e il 15% in Italia. Ma non basta, perché la leva fiscale, vicina allo 0, è utilizzata da Paesi dell’Est Europa (fra i quali Ungheria e Polonia, osteggiatori dello stato di diritto) per attrarre delocalizzazioni produttive (specie dalla Germania).

La Relazione contiene un’affermazione raggelante. Premesso che «quasi il 40% degli utili delle imprese multinazionali viene trasferito, ogni anno, in paradisi fiscali in tutto il mondo, laddove alcuni paesi dell’Unione europea sembrano registrare le perdite maggiori» (il 35% dei trasferimenti proviene dall’Ue), il Parlamento unionista «deplora profondamente la mancanza di progressi in seno al Consiglio in merito a importanti iniziative in materia di riforma dell’imposta sulle società» non ancora completate «a causa della mancanza di un’autentica volontà politica». Con scudisciata finale sulla (non) web tax: «Deplora che Danimarca, Finlandia, Irlanda e Svezia abbiano mantenuto le loro riserve o la loro fondamentale opposizione al pacchetto relativo all’imposta sui servizi digitali» (riunione Ecofin 12.3.2019).

La verità è tutta qui: dei paradisi fiscali, distanti o attigui, senior o new comers, si dice peste e corna, ma la reazione politica è sempre relativamente tiepida. Le direttive Atad (anti tax avoidance directives nn. 1164/2016 e 952/2017) si concentrano solo sugli aspetti più sfacciati del fenomeno senza incidervi alla radice. Che è e resta politica, traducendosi nel muro alzato da paesi fiscalmente accoglienti, ufficialmente biasimati ma nei fatti comodi ai paesi in cui abitano, sia pur con residenza estera, i principali clienti dei primi. La logica, che vale in Europa come ovunque, è disarmante: meglio perdere tasse che perdere grandi aziende. Di questo passo non ne usciremo, la tassazione su chi non può legalmente svignarsela aumenterà e con essa crescerà l’evasione pura (non solo in Italia, a quanto pare).

Revisionare i sistemi tributari europei è un imperativo. Realisticamente impraticabile a breve, l’aliquota comune potrebbe germogliare sub specie di tassazione minima che scoraggi acrobazie elusive. Servirebbero poi automatismi di destinazione con trasferimento di una quota del pagamento di beni e servizi direttamente allo Stato in cui gli stessi sono ceduti. Sarebbero già due passi enormi, in attesa del G20 a presidenza italiana: diamo il buon esempio introducendo, sperimentalmente, lo split payment sui consumi locali.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.