Esg e transition bond: non è tutto verde ciò che dice di esserlo

Si chiamava responsabilità sociale d’impresa, oggi si predilige l’acronimo Esg (Environmental, Sustainability Governance), ma la sostanza è la stessa: l’impresa non deve solo macinare profitti ma anche contribuire a ripulire il pianeta, abbassare il riscaldamento globale, ridurre gli sprechi e, nella nuova versione, migliorare le condizioni sociali, favorire la crescita di benessere, combattere le discriminazioni e così via predicando. Proposito sano e lodevole, già imposto da una pletora di norme evidentemente disattese, ma a quanto pare largamente tradito se si guarda all’ipertrofia della diseguaglianza reddituale e a Paesi che, pur di crescere, non si fanno scrupolo d’inquinare e di considerare i diritti umani optional rinunciabili.

Restando sulla prima lettera dell’acronimo, il tema dell’impegno ambientale raccoglie il favore della finanza. Intuendo da che parte gira la banderuola (compresa quella del Recovery Fund) i più occhiuti fondi mondiali fanno man bassa delle emissioni green. Forzare il raggiungimento dello scopo attraverso una gratifica finanziaria è un’idea certamente più efficiente che far leggi feroci ma imbelli. Ma come si diventa green se si è brown, se si è imprese che ancora usano carbone e petrolio? Ogni conversione richiede una transizione ed ecco che il mercato s’inventa, da ultimo e per l’appunto, il transition bond: raccolta correlata all’investimento in opere destinate a migliorare l’impatto ambientale delle attività «marroni». Il che però apre tre ordini di problemi.

Il primo deriva dal fatto che una precisa nozione legale di transizione ecologica non esiste. Se è indubbia la colorazione verde di un’emissione correlata alla riqualificazione dei processi produttivi attraverso la totale decarbonizzazione energetica, può dirsi tale il semplice passaggio da gasolio a metano per il riscaldamento dei locali aziendali o il mero miglioramento dell’impianto idrico?
Il secondo problema investe il rischio che l’impiego di uno strumento indefinito o opaco possa condurre a prassi opportunistiche o strumentali: ad esempio, l’impiego disinvolto del bollino verde per assicurarsi credibilità ecologica e quindi migliorare la capacità di raccolta senza tuttavia un ritorno proporzionato sul piano del contributo ambientale.

Correlato al secondo, il terzo problema prende il nome di rendicontazione. Se non è chiaro che cosa significhi investimento di transizione ecologica, diviene oltremodo complesso vuoi pretendere vuoi valutare la coerenza fra il fine dichiarato e quello raggiunto, con il conseguente rischio che la raccolta effettuata sotto bandiera verde diventi un pretesto per far cassa ad altri fini.

La cosiddetta Tassonomia Ue delle attività ecosostenibili (Reg. Ue 18.6.2020 n. 852) mira propriamente a creare un sistema unificato di valutazione, ma serviranno ulteriori provvedimenti attuativi perché vada a regime e comunque di per sé non risolve lo specifico quesito circa la qualificabilità dell’investimento eco-transitorio. Nel frattempo un uso incontrollato dei transition bond potrebbe riservare sgradevoli sorprese. Il più diffuso timore è che la pratica di «verniciatura verde» (greenwashing) mini in radice la credibilità del progetto di riqualificazione ambientale.

Oltre alla reputazione globale, però, v’è in gioco ben altro: il rischio di un’ennesima bolla stimolata dal mainstream, pronta a scoppiare quando la verità verrà a galla. Saranno gli investitori istituzionali a dover far da supplenti e porsi come vigilanti e garanti, verso il retail, della plausibilità del bollino verde in fase di transizione. Di fatto lo sono già, nel loro stesso interesse, e, in assenza di una norma che codificasse questo oneroso onore, potrebbero essi stessi farsi promotori di regole comuni per la valutazione d’affidabilità dei bond transitori. Senza dimenticare che la prima clamorosa disfatta finanziaria della storia profumava di verde: erano tulipani olandesi.
Emilio Girino

Scarica articolo in PDF

Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.