Draghi, l’anticorpo tecnico per l’Europa

Per nostra fortuna i veri tecnici esistono ancora. Sono risorse preziose. I tecnici non si fanno stordire dagli anemoscopi della politica, non sono gonfianuvoli elettoral-stagionali né cacazibetti al soldo del potentino di turno, non cercano consensi, ignorano i dissensi, soprattutto non hanno paura. Non temono d’esser impopolari né bramano d’esser popolari. A loro interessa solo l’efficienza ordinata di un sistema: il loro scopo è proteggere ciò che esiste, se possibile aumentarlo, di certo non distruggerlo in nome di un’immaginosa felicità infattibile. Meno d’un mese fa l’Europa è in subbuglio più del solito.

L’Italia sotto infrazione (poi schivata), la Francia che sfora impunita il deficit del 3% da un decennio, durante il quale la Germania non ha mai aggiustato la sua bilancia commerciale compromessa dal calo dei consumi interni e ora in tetra crisi sotto il maglio di un’esportazione digradante. Nel frattempo l’altezzosa Albione vaga nelle nebbie d’un futuro cereo di nero, i sovranisti folleggiano e scompigliano, le guerre dei gabellieri arruffano il commercio mondiale. Ovunque la recessione ostenta la sua falce letale. Ma tutto ciò per i tecnici ha un valore relativo.

La loro previdente perizia, l’unico demone yourcenariano cui essi obbediscono, è il prosaico esito delle cose. È estate, un periodo d’ipersensibilità di mercati sottili e predabili: ombrellone fa rima con manipolazione. Stando fermi, l’autunno non sarà dolcemente bruno, ma violaceo come un cascame funerario. È qui che il tecnico richiama in servizio il suo pragmatismo. Potrebbe tranquillamente chiudere senza clamore un glorioso mandato.

Invece Mario Draghi compie il suo ultimo prodigio il 18 giugno: ricarica il bazooka, scrivono i cronisti, e dichiara che, sino a quando l’inflazione non toccherà obiettivi soddisfacenti, la Bce continuerà a calmierare il mercato. Lo spread scivola in poche ore, i titoli di Stato vanno a ruba, Donald Trump s’infuria e, molto a digiuno della materia, s’avventa twitterianamente a parlare di slealtà concorrenziale (salvo ricredersi e volere distopicamente Draghi a capo della Fed).

Il governatore non commenta, guarda e passa e non ragiona di lui. Forse si sbaglierà, ma egli è un tecnico e un tecnico bada alla tecnica non al clangore dei social. Come ogni grande intuizione la sua sta in un’equivalenza elementare. A fronte d’una politica planetaria ispirata all’odio socio-economico e al suicidio commercial-finanziario, il rischio imminente è una tregenda monetaria. Il contravveleno? Tassi bassi, titoli pubblici al riparo, smanie speculative al bando, polso fermo sui mercati che scorrazzino pure ma fronteggiando titoli pubblici decisamente più cari e poco soggetti al market rigging (e, oculatezza nella lungimiranza, banche meno esposte al declassamento artefatto di chi le incolpi di detenere pseudo-junk bond in portafoglio).

Draghi ha preconizzato l’esito esiziale d’un mercato senza guinzaglio in un’Unione prigioniera di lacciuoli consunti e facili al contropiede speculativo. Ha ristabilito l’ordine in un’Europa e in un mondo demenzialmente votati alla guerra senza quartiere, nel frattempo convertendo alla logica degli Omt quello che un tempo ne era il più tenace oppositore (il tedesco Jens Weidmann) e conficcato nel terreno dell’Eurozona paletti difficili da estirpare. Non è un atto da italiano, come taluni settari bollerebbero, è una scelta di alta competenza tecnica, dote oggi sempre meno diffusa. Criticare la Ue e le sue scelte partigiane è lecito e giusto, spesso sacrosanto, ma ignorare che in Europa esistono anticorpi tecnici di questa statura è solo una patetica confessione d’analfabetismo finanziario. Se non avremo angosce sotto l’ombrellone, lo si deve a qualcuno con nome, cognome, carica e indirizzo ben precisi. Christine Lagarde riceve in dote un’eredità solida e greve. Saprà farla fruttare con eguale e sostenibile pesantezza tecnica?

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Laureata nel 2012 all’Università degli Studi di Milano, è iscritta all’Albo degli Avvocati di Milano dal 2017 ed è entrata a far parte dello studio nel maggio 2017.
Ha iniziato la propria attività professionale presso uno studio boutique specializzato in proprietà industriale ed intellettuale e, successivamente, ha collaborato con il dipartimento IP di un primario studio internazionale.
Nell’ambito dello studio, si occupa di proprietà industriale e intellettuale, concorrenza sleale, pubblicità, problematiche connesse alla tutela dei consumatori e al diritto antitrust sia in ambito giudiziale che stragiudiziale. Ha maturato esperienza nella redazione di contratti (contratti di distribuzione, licenze, accordi di riservatezza, contratti di trasferimento di tecnologia e di ricerca e sviluppo, anche nell’ambito delle biotecnologie).