Dopo il caso Tercas gli istituti possono comprarsi un salvagente

Cessato il fragore delle sacrosante esultanze a caldo, la sentenza Tercas del 19 marzo, che ha annullato la decisione della Commissione Ue di fine 2015, merita una riflessione di più ampio raggio. La Commissione ha bocciato il contributo al salvataggio deliberato dal Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi assimilandolo a un aiuto di Stato concorrenzialmente illecito.

Essendo il Fitd un consorzio privato fra le banche, per attrarlo nella sfera del contributore pubblico la motivazione scala uno specchio inclinato, forte di quattro argomenti che Dalì avrebbe astratto in flaccidi orologi: il Fitd persegue di fatto un obiettivo pubblico (tutela dei risparmiatori); il commissario straordinario di Tercas è un funzionario pubblico nominato e controllato dalla Banca d’Italia; la Vigilanza partecipa alle riunioni del consiglio di Fitd quale osservatore, il che le consente d’anticipare le sue riserve sul progetto ed inoltre sta ad essa autorizzare l’intervento di sostegno. Ergo: anche se di fonte privata i fondi sono un camuffato aiuto di Stato.

Oltre che inclinato, lo specchio è cosparso d’olio sicché non è arduo per la Corte Ue farvi scivolare l’aberrante decisione: il Fitd è un ente privato di «mutuo soccorso» alimentato da fondi privati, tutela l’interesse economico e reputazionale delle banche e liberamente decide se avvalersi della facoltà statutaria di intervenire a sostegno di istituti in crisi considerando il maggior onere che deriverebbe dal rimborso ai depositanti; il commissario non ha alcun potere decisionale ma solo propositivo; il funzionario della Vigilanza non può influire sulle scelte del fondo, che a sua volta non ha l’obbligo di attuare un sostegno né suggerito da Bankitalia né da questa autorizzato. Autorizzazione che rientra, poi, nel normale esercizio delle funzioni di vigilanza prudenziale ma non inficia l’autonomia privatistica del Fitd. Ergo: il sostegno non è un aiuto di Stato. Il danno c’è, quantificarlo non è agevole, ma c’è.

Scoccò da lì la scintilla che intonò la petulante geremiade del rischio bancario italiano e della (distorta) dismisura dei nostri npl.

Rischio e dismisura palesemente inesistenti, specie se comparati ai gozzoviglianti soccorsi operati nell’Eurozona, tutti con copioso e inequivocamente pubblico denaro, prima della famigerata delibera sul burden sharing alias bail-in. Da lì germinò il panico che avrebbe incenerito decine di miliardi di capitalizzazione bancaria italiana.

Se la decisione annullata olezza di vizio politico (forse un ingenuo e maldestro tentativo di pre-contenere gli imminenti problemi di talune banche europee, specie tedesche, con attivi finanziari ad alto rischio?) e suscita un interrogativo ovvio (c’è un rimedio per scelte tanto giuridicamente squinternate quanto finanziariamente devastanti?), la sentenza annullante schiude una prospettiva destinata a cambiare radicalmente l’approccio ermeneutico all’aiuto di Stato. È oggi assodato il fatto che interventi bancari con fondi privati, ancorché sottoposti all’ordinaria autorizzazione della Vigilanza, non possano ascriversi alla categoria del sussidio anticoncorrenziale.

Il che va ben oltre la libertà del Fitd di sostenere piani di risanamento senza l’incubo d’interferenze in stile vestageriano, divenendo invece un principio di diritto capace di legittimare soluzioni analoghe, quali ad esempio creazioni o rafforzamenti di ulteriori private iniziative di autodifesa del sistema bancario. Non sarebbe inimmaginabile un autonomo fondo di sostegno specifico, capace di agire anche in via di prevenzione delle crisi (il Fitd può intervenire solo su banche già ammalorate), pur su indicazione di Bankitalia ma senza vincolo di obbedirvi. Di certo un costo in più per il sistema ma assai inferiore al danno che piccoli focolai di crisi non gestiti per tempo potrebbero causare all’apparato creditizio. Né si dica che ciò aumenterebbe l’azzardo morale. Non l’ha aumentato il Fitd e per una buona ragione: se un sistema si autoimmunizza in via mutualistica, tutti i partecipanti contributori innalzano il grado di sorveglianza reciproca. Almeno fino a quando la Commissione non dovesse ritenere che questo vicendevole controllo precoce esprima una funzione di pubblico interesse o, peggio, un’intesa restrittiva della concorrenza…

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.