Deregulation finanziaria Ue: qual è il rischio tollerabile?

Le due uniche geniali chiavi di lettura della moderna storia finanziaria sono i corsi e ricorsi di Giambattista Vico e la spinta idrostatica di Archimede (il corpo nel fluido che subisce una spinta pari al peso del liquido spostato). La deregulation finanziaria è una costante da quasi un secolo. Nel 1928 Herbert Hoover dichiarò la fine della povertà americana ma ci fu la catastrofe del 1929.
Quindi, per farla molto breve, le deregulation di Carter e Regan, infine gli scandali che condussero al Dodd-Frank e al Sarbanes-Oxley Act. Ora un inneggiare acritico alla deregolamentazione. Da noi s’iniziò con i titoli atipici degli anni ’80, poi venne la legge Sim, il Tuf del 1998, i disastri Cirio e Parmalat cui seguì la legge sul risparmio e, infine, la straripante regolamentazione europea che tutti vorremmo smagrire: a ogni disfatta corrisponde una pretesa di nuove norme e a ogni irrigidimento normativo segue una richiesta di allentamento (i ricorsi di Vico). Nelle sue originarie teorizzazioni (A. Kahn, L. von Mises, F. von Hayek, M. Friedman) la deregulation avrebbe rimosso le barriere concorrenziali per spingere gli operatori minori a divenire zanzare sul dorso dei pachidermi oligopolisti (la tesi della contendibilità dei mercati). Così non fu né è. Il mondo è posseduto da incontrastati monopolisti di industria informatica, comunicazione, logistica, con spiccata tendenza all’espansione finanziaria. Se oggi si parla di euro digitale è perché si teme che qualcuno, prima dei governi, crei mezzi di pagamento e investimento alternativi (come accadde con Lybra di Meta). Paradossalmente la deregulation favorirebbe chi già possiede i mercati e penalizzerebbe i nuovi entranti.
Nessuno, pur senza barriere, potrebbe competere con tali colossi. Le sovraccariche e costose regole Ue e le varie Basilea possono compromettere uno sviluppo attrattivo di capitale. Del pari è indubbio che una totale retromarcia normativa ridarebbe la stura a operatività ad alto rischio. In Italia la Legge Capitali, contestatissima per voti multipli e liste dei cda, reca un meritorio proposito di semplificazione, riordino e snellimento normativo tale da non nuocere alla sicurezza del sistema. Già, ma come? È inevitabile che a ogni contrazione normativa corrisponda un innalzamento del rischio (la controspinta di Archimede), per cui il punto di partenza non sarà un taglio alla rinfusa ma dovrà coincidere con la fissazione di una strategia tesa a stimare il livello di rischio massimo tollerabile, quanto cioè sia realisticamente sacrificabile dell’impianto attuale. Stabilito tale livello, si dovrà puntare alla sburocratizzazione degli adempimenti connessi alle quotazioni e all’offerta di prodotti.
Vanno semplificati i prospetti informativi, circoscritti gli obblighi di comunicazione, riabilitati i metodi di lettura del rischio attraverso scenari probabilistici (riproducenti la meccanica di fabbricazione dei prodotti) in luogo di quelli di performance (basati su campionature di dati pregressi), snellita la farraginosità procedurale della product governance, uniformata la disciplina di investimenti, assicurazioni, fondi pensione. Impresa non agevole perché, specie sul fronte informativo, l’obiettivo di semplificazione si scontrerà con il tecnicismo tipico della materia che preclude una banalizzazione dell’informazione, ma è un’impresa comunque da compiere (anche il Rapporto Draghi la richiede), senza però cedere alla tentazione i tornare ai selvaggi ambienti finanziari del passato o di continuare a produrre norme che disincentivino l’efficienza dei mercati. È possibile che gli Usa cedano alla prima tentazione, ma la risposta europea, se calibrata sul calcolo del rischio accettabile, potrà rivelarsi vincente. Della serie: «Houston, noi non avremo un problema».
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Emilio Girino
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