Chance sfumata, conti in rosso e doppia incompetenza

Se questo scampolo lo avesse firmato Ian Fleming, l’esordio sarebbe stato suppergiù così: in politica certe cose e persone ricompaiono con la stessa tediosa inevitabilità d’una stagione non amata. Il tedio non ci è mancato. La contradance irresponsabilmente protrattasi per causa di governismo: antico vizio, non solo italico, di tenace incollaggio alla poltrona.

L’imprescindibile verdetto della piattaforma Rousseau (per chi non lo ricordi, un totalitarista licurghiano: parola di Einaudi) per dire all’Italia e al mondo che il pateracchio s’aveva da fare. Il totoministri al cui confronto il tele-web-oppio è una gassosa sgasata. Lo scriteriato balletto, ballato da chi sappiamo, si è consumato in uno scenario che offriva al Paese un’occasione irripetibile, probabilmente sfumata grazie a una marchiana incompetenza a doppio senso.

Nel gergo corrente incompetenza è sinonimo d’incapacità, in quello giuridico indica la carenza del potere legale di decidere qualcosa. L’asfissiante crisi che percorre l’Europa, la locomotiva tedesca in retromarcia, la limacciosa Brexit, ammorbante e implosiva, l’incostanza politica diffusa, l’intossicante disagio sociale, la propina da 200 milioni ritraibile dalla guerra doganale sino-americana, spingono Bruxelles a ripensare i vincoli monetari: il sacro Fiscal compact è già in predicato di riscrittura.

Se il disciolto governo contrattuale avesse saputo disdire la baracca elettorale e dotarsi di qualche neurone diplomatico, il momento sarebbe stato aureo per dare all’Italia un ruolo di punta nella revisione dei parametri monetari. E se il neogoverno, che, sia pur solo grazie all’emotività dei mercati, aveva già incassato uno spread sotto i 170 punti, avesse usato altrettanta astuzia nel formarsi a lampo anziché battibeccare nell’aia delle nomine, cavalcare i ripensamenti dell’Unione sarebbe stato ben più semplice. Trattasi d’incompetenza nel senso d’incapacità. Quella giuridica è difficile da scorgere ma ben più inquietante.

Aspettando Rousseau (citazione beckettiana del commissario Gentiloni bollata da Calenda come disdicevole), il terzo azionista Ue ha dovuto attendere il voto di meno di 80 mila persone. Qui si va ben oltre l’inammissibile sgarbo al capo dello Stato, si travalica il principio di democrazia rappresentativa che è e rimane un perno istituzionale. Astrattezze da filosofastri legulei? Per niente. Un esecutivo in formazione ostaggio d’una consultazione privata di un solo gruppo – il referendum lo regola la Costituzione, non le endoconsultazioni monopartitiche – restituisce un’immagine del Paese traballante e attigua all’illegalità pregiudicandone la dignità e l’affidabilità nel dialogo sovranazionale: quale garanzia offre un sistema decisionale appeso agli umori di meno dello 0,13% della popolazione? Poi ci sono i conti, fatti di numeri, non di like.

La manovra autunnale, dice l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, costerà più di 30 miliardi. Per sminare le clausole Iva (aliquote dal 10 al 13% e dal 22 al 25,2% che gelerebbero un’economia in già avanzata crisi respiratoria) servono circa 23 miliardi. Minori spese per quota 100, reddito di cittadinanza sotto le attese, maggiori entrate fiscali (taglieggiando i costi deducibili, cioè eccitando l’evasione) e minori interessi sul debito creano un tesoretto di 8 miliardi che, sommato ai 4 o 5 derivanti dalla riduzione del cuneo fiscale (se i forzati coinquilini s’accorderanno), crea un fabbisogno di 10-12-15 miliardi: 0,4-0,5% del pil, cui s’aggiunge lo 0,18% per costi straordinari (dissesto idrogeologico e tragedia del ponte genovese). Conte sogna d’andare a testa alta a Bruxelles, invece ci torneremo col cappello in mano. L’inevitabilità degli eterni ritorni, più che tediosa, qui è molto arrischiata. Ma, diceva una canzone, tutto questo l’Italia non lo sa.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.