Banche messe a nudo dall’indagine Trim sulle valutazioni interne

Lanciata dalla Bce a fine 2015 su 68 banche europee significative (cioè di rilievo sistemico) e in chiusura entro fine anno, l’indagine Trim (Targeted review of internal models), stando all’aggiornamento del 3 aprile, prefigura un quadro non propriamente confortante. In parallelo è attesa per fine giugno la revisione delle linee guida Bce sulla coerenza dei modelli con i principi dettati dal reg. 575/2013 (Crr).

Un passo indietro. Basilea muta i modelli di valutazione delle attività ponderate per il rischio (risk weighted asset – Rwa), permettendo alle banche di stimare i propri attivi sulla base di metodologie interne anziché attraverso il metodo standardizzato, rivelatosi spesso esorbitante o insufficiente rispetto ai reali livelli di rischio e, di conseguenza, ai requisiti di capitale richiesto. La Bce tuttavia rileva come, nei fatti, l’uso dei modelli interni conduca ad esiti fortemente discrepanti fra banca e banca anche in relazione ad attivi identici o analoghi. L’incomparabilità del rischio non solo inficia la rappresentazione contabile ma porta a un’incoerenza sostanziale fra rischio reale e risorse di capitale: in breve, il pericolo che, a parità di rischio, una banca risulti meno capitalizzata di un’altra o viceversa con intuitive ripercussioni sistemiche.

Donde l’avvio della Trim volta a verificare se e in quale misura i modelli di valutazione interna si discostino dalle prescrizioni regolamentari. Fin qui nulla di strano né d’inquietante: ovvio che la personalizzazione delle stime possa implicare difformità di risultati. Inquieta invece il fatto che l’origine di tali difformità non risieda in quella naturale quota di variabilità insita in qualunque valutazione soggettiva.

L’aggiornamento 2019, pur dando atto che gli interventi nel durante avrebbero già portato a tangibili variazioni dei modelli, lascia inalterato lo scenario di fondo tracciato
nel giugno 2018.

Le campionature delle principali carenze (shortcomings) evidenziano che, in generale, il 29% di 21 istituti non dispone di policy interne per la modifica dei modelli oppure non notifica tali modifiche alle autorità, il 24% non ha prove dei back-testing annuali, il 19% utilizza l’approccio standard senza l’autorizzazione prevista dall’art. 150 Ccr, il 19% disattende la regola di netta separazione funzionale fra creazione e controllo dei modelli. Nello specifico, si rilevano metodi di monitoraggio e controllo non documentati (31% di 55 istituti), inappropriato livello di dettaglio della reportistica (58%), approvazione solo parziale delle politiche di rischio da parte degli organi competenti (25%), carenza di risorse dedicate (36%), metodi di rating non rivisti dagli audit interni (31%), monitoraggi carenti su esposizioni non stimate o datate (25%), processi non formalizzati per la revisione dei modelli (62%), solo per citare le falle più vistose.

Non pare che le discrepanze valutative siano imputabili ai modelli personalizzati in quanto tali bensì a costruzioni, monitoraggi, revisioni e controlli altamente deficitari sul piano normativo e procedurale. Più o meno lo stesso stato di fatto pre-crisi. Come mai, su un tema così nevralgico, permane uno stato di inadeguatezza applicativa tanto elevato? Ma le più scomode domande sono: quale sarà l’esito finale della Trim? Quali le conseguenze di bilanci ex post inattendibili? Quanto capitale servirà al sistema bancario europeo? Gli stress test, che spesso hanno penalizzato le banche italiane pur uscitene senza le ossa rotte, si sono concentrati sulle esposizioni creditizie e non sugli attivi a rischio (cc.dd. L2 e L3), il cui fianco molle sta proprio nella metodologia di stima e il cui peso nelle banche estere è cospicuo. Forse le correnti centrifughe e sovraniste che scuotono l’eurozona celano proprio questo segreto timore: il ridisegno dello scacchiere del credito europeo in tinte ben diverse da quelle della narrazione abituale. Una revisione di valori reali che inciderebbe sugli attuali rapporti di forza. Ecco perché, in Europa, conviene starci.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.