Le tre degenerazioni del format economico mondiale

Addensato, untuoso e aggrovigliato, nel 2019 il nodo è venuto al pettine. Tralasciando un istante i perenni conflitti mediorientali, un’indistinta, scoordinata ma potente corrente eversiva ha scosso il mondo, anche in luoghi insospettabili come focolai di sommossa: dalla Francia alla Bolivia, dall’Ecuador ad Haiti, dalla Colombia a Hong Kong, dal Libano al Cile, dalla Catalogna al Sudan, dove gli individui allagano le piazze con una rabbia che tracima nella violenza ricevendo risposte ancor più cruente ma impotenti.
Sono persone normali, vicini di casa, non mercenari della guerriglia urbana, nel caso sudanese addirittura liberi professionisti esasperati contro i quali i miliziani hanno dovuto fare dietrofront.

Troppo semplice incolpare la politica e la crisi della democrazia rappresentativa. Il trionfo mondiale dell’inettitudine governativa non è che il riflesso di un disagio più profondo e diffuso, lo stesso che secondo il Censis fa inneggiare all’uomo forte.
Troppo facile narrare, con algoritmica ottusità, l’aumento del gasolio francese o ecuadoregno o dei biglietti della metro cilena o l’eccidio fiscale egiziano. Come ogni scintilla insurrezionale, i singoli episodi sono la piuma che sfascia il dorso del somaro sovraccarico. L’avvelenata sorgente da cui sgorga il disastro non s’alimenta d’improvvise fiammate ideologiche o d’impeti distopici. S’abbevera a una concatenazione elementare che si spiega risolvendo l’equazione: depauperamento diffuso = benessere perduto = deriva sociale = ribellione. Da ormai quasi un decennio i modelli economici si sono imbarbariti, ripudiando il sano capitalismo rooseveltiano, la prolifica logica del potere d’acquisto delle masse saggiamente concepita per l’incremento del benessere comune: trattasi non di socialismo utopista, ma di capitalismo lungimirante.
Una filosofia pseudo-efficientista sta invece trasformando le classi basse, medie, medio-alte in un rabbioso esercito di miserabili: in assenza di una rivoluzione eguale e contraria nel 2020 l’attacco si sposterà verso le classi alte.
Col pretesto d’una crisi finanziaria i format economici oggi soffrono di tre degenerazioni letali.

Prima degenerazione: la contrazione dei costi a doppia velocità. Demone poliforme e bizzarro, perché ridurre i costi equivale a licenziare, contrarre il pil, abbattere l’apporto consumistico delle realtà produttive. Le risorse aziendali non vanno certamente sperperate e ogni ristrutturazione implica tagli. Sennonché il taglio non avviene quasi mai con metodo lineare bensì finanziario. Cioè: non tutti gli strati della piramide aziendale soffrono in egual misura perché la sommatoria algebrica spesso fa sì che alla riduzione di reddito dei livelli inferiori non corrisponde eguale sacrificio di quelli proprietari e apicali: mentre i primi perdono molto, i secondi guadagnano come prima o poco meno se non di più. La sforbiciata unilaterale determina poi ripercussioni sulla filiera dell’indotto, dove invece la forzata contrazione di costo spesso viene ripercossa in termini più contenuti sui livelli minori e con sacrificio forte, se non maggiore, delle proprietà. È a queste ultime, fortunatamente numerose e responsabili, piccole, medie e talora grandi realtà che si deve per ora il contenimento dei fenomeni eversivi.

Seconda degenerazione: la globalizzazione a senso unico. L’apertura dei mercati è indispensabile alla crescita mondiale. Come sin qui applicata, però, essa esponenzializza la diseguaglianza reddituale. Grazie a una serie di «agevolazioni» (tutele sociali inesistenti, deprivazione di libertà elementari, sottocosto del lavoro e tassazione privilegiata), la globalizzazione arricchisce i committenti, crea oligarchi, non genera veri ceti medi e peggiora il livello di povertà (secondo l’Oxfam, fra il 2015 e il 2018 il tasso annuo di riduzione della povertà estrema è sceso del 40%). Il divario sociale ne esce dilatato.

Terza degenerazione: il radicalismo digitale. L’evoluzione tecnologica è uno strumento irrinunciabile di crescita, almeno finché non degenera per divenire veicolo di depressione economica. Il trend tecnologico gira a una velocità nettamente superiore al reale bisogno. La somma è sempre molto meno di zero e non migliora le vite, bensì le altera e le invade, distruggendo professionalità, commerci, imprese, lavoro e persone.

La somma di queste tre devianze conduce all’opposto dell’autentico obiettivo capitalistico: la ricchezza rende e prospera quando si diffonde, non quando si concentra. L’eco-sostenibilità e l’inclusione debbono misurarsi con i loro opposti: l’insostenibilità reddituale e l’esclusione sociale. Un mondo più verde e multietnico ma sempre più diffusamente povero sarà instabile e a rischio perenne di rivolta. Qualcosa però si muove. È di fine novembre la notizia della nascita di Athena, finanziata da George Soros e formata da associazioni, sindacati, editori, negozianti e movimenti di protesta. La coalizione ha dichiarato guerra all’ipertrofia di Amazon, accusata d’invadere ogni campo dell’economia a prezzo di deprimenti condizioni retributive e lavorative di oltre 750 mila dipendenti. Troppo presto per trarre somme e concedere a Soros il laticlavio di white knight. Forse avrà un suo personale tornaconto nel guerreggiare contro Bezos. Le vere rivoluzioni non le hanno mai fatte né i sanculotti né gli eroi delle idee, ma i borghesi depredati o in crisi.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.