Dietrofront su Esg e Dei. Ma si sottovalutano i rischi sistemici

29Qualcosa sta cambiando. Troppo in fretta. Il modello Esg e la declinazione del social in Dei (diversità, equità, inclusione), sui quali si ambirebbe erigere il futuro economico e sociale, di colpo traballano. Il rifiuto formale del Dei, con rare e timide riserve, da gennaio conta nomi come Google, Amazon, Meta, Disney, Valmart, General Motors. A metà febbraio Deloitte segue la stessa linea, cui fa eco la scelta di Goldman Sachs di abbandonare i programmi di inclusione. Per ora Apple resiste (il 97% degli azionisti boccia l’abbandono dell’inclusività) insieme a Costco e pochi altri. Per tv e stampa Usa «Dei is out», eco perfetta dei dettami di Trump. In Europa il vento soffia, invece, verso il ridimensionamento. Le direttive Csrd (corporate sustainability reporting) e Csddd (corporate sustainability due diligence) inquietano le imprese, specie le pmi, e le banche chiamate a sorvegliare il percorso Esg degli operatori da finanziare con oneri costosi e rallentanti, fors’anche frenanti quando sarà attivo il rating Esg (il presidente Abi Antonio Patuelli ha di recente sollevato il dilemma). Donde la proposta Ue di un Pacchetto Omnibus, in fase di avanzata gestazione, che riordinerà l’universo della sostenibilità. Rimedio che, se allevia banche e fondi, scontenta però imprese illustri che paventano, in un postumo cambio di regole, la vanificazione dei cospicui investimenti sostenuti per centrare gli obiettivi.
È indubbio che l’inclusività esprima un progresso sociale, specie in un mondo dove le diseguaglianze non fanno che aumentare. Ma la brusca accelerazione normativa degli ultimi anni è affetta da due fattori devianti: fretta e sottovalutazione. La prima si spiega con l’intento di lanciare un forte e rapido segnale di rivoluzione all’intero sistema imprenditoriale, finanziario e sociale, ma la fretta è da sempre pessima consigliera. Seconda soltanto all’altro fattore, la sottovalutazione sia in chiave storico-politica sia in termini di tenuta e competitività economica.
Sul piano storico, l’Ue ha dato per scontato che gli equilibri mondiali restassero inalterati e che la sua fulminea azione l’additasse esemplarmente al pianeta. Non si è però considerato che gli assi economici si sono già spostati, la globalizzazione ha innestato la retromarcia, la visione eurocentrica è sorpassata: oggi la Ue vuole ingraziarsi la Cina, fino a ieri considerata un temibile concorrente (automotive insegna). La sottovalutazione di tenuta economica e competitiva ha portato al disegno teorico di un cambiamento in larga misura impraticabile, pretermettendo due essenziali dati, il primo dei quali è più che noto: la Ue conta 23 milioni di pmi (99% delle imprese e due posti di lavoro su tre).
Un piano di inversione ambientale, sociale e di governance da attuarsi in pochi anni inciderà pesantemente sui costi di realtà essenziali per la crescita dell’economia europea. Il secondo dato è che gli stati emergenti emersi già lo sono e che i loro standard Esg, propaganda a parte, sono decisamente inferiori. Solo che ai loro modelli oggi gli Usa sembrano voler ispirare i propri, sicché, in un quadro così fortemente mutato, l’Ue rischia di indebolire il suo tessuto economico e competitivo. Il Pacchetto Omnibus (due proposte di direttive volte a modificare le Crsd e Csddd) mira a esentare l’80% delle imprese soggette agli obblighi di reporting imponendoli solo alle grandi aziende (1000 dipendenti e 50 mln di fatturato), ridurre i modelli di report del 70%, semplificare i controlli di filiera e delle banche, attenuare gli obblighi di due diligence e, soprattutto, differire la più parte degli obblighi al 2028. Con la stessa fretta con cui adottò quelle direttive, la Commissione chiede ora a Parlamento e Consiglio Ue di approvare sollecitamente il pacchetto. Un paradosso rimediale che trascura le incognite che, da qui al 2028, potrebbero imporre nuove tinte alla tavolozza normativa. Vedremo, senza troppe illusioni. (riproduzione riservata)
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Emilio Girino
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