Quanta passione per la AI. Ma il rischio Matrix?

Pillola rossa o blu? Vivere o sopravvivere nel deliquio virtuale? Il traditore dei resistenti sceglie la pasticca per non ricordare nulla una volta ingoiata. In Matrix, prima geniale pellicola distopica in materia, ai pochi umani sopravvissuti al predominio di macchine onnipotenti e autoriproducenti si offre di scegliere se combattere una guerra votata alla disfatta o dimenticare se stessi in grazia di una superiore entità algoritmica e ipnotica, maestosa e impersonale. Esordio doveroso per introdurre la protagonista assoluta dello spasmo dialettico di quest’anno: l’intelligenza artificiale, indiscusso bersaglio di aneliti e rigetti, adorazioni e ripudi, osanna e crucifige.
Il dibattito è oggettivamente ampio ma soggettivamente limitato. Da un lato i produttori dei sistemi (prima che gli utilizzatori) i quali declamano indiscutibili capacità dell’AI nell’efficientamento dei processi aziendali: dal marketing alla gestione dei dati alla soluzione di problematiche di cybersecurity, dalla semplificazione di fasi operative al miglioramento dei risultati analitici e previsionali. Sullo stesso versante ecco anche studi autorevoli (fra i più recenti il Rapporto dell’Associazione per la Ricerca e l’Innovazione) che placano il timore che l’avanzata dell’AI conduca alla soppressione di posti di lavoro. Nuovi profili professionali sorgeranno a breve: l’AI ethicist, che salvaguarda l’etica, il manager di infrastrutture It, che integra reti di comunicazione e risorse di calcolo, l’AI developer, che sviluppa algoritmi e sistemi di base, il tech advisor, avvocato esperto di diritto tecnologico, il privacy engineer, progettatore di soluzioni rispettose della privacy. Però solo un italiano su due – nota il Rapporto – potrebbe assolvere questi ruoli. Dall’altra sponda una ristretta cerchia di sociologi, ambientalisti, filosofi, giuristi che sospettano i rischi. Il bilancio provvisorio è a favore di costoro. Nessuno è in grado di predire come e quanto un’AI non solo esecutiva ma soprattutto generativa inciderà in concreto sulle vite umane, mentre sono più prevedibili, in buona misura già certi, gli impatti negativi. In primis l’energia. Domandare a una chatbot come ChatGpt consuma dalle 15 alle 20 volte in più di un’interrogazione su un motore di ricerca poiché i datacenter richiedono energie smisurate per alimentarsi e raffreddarsi. Google e Amazon s’approssimano, a piccoli ma veloci passi, al nucleare. A Baltimora si teme che l’esplosiva domanda aumenti le bollette di 192 dollari a famiglia.
Nel 2050, l’AI consumerà la metà dell’energia attuale. Dove la troveremo senza cambiare i nostri stili di vita? Quattrocentoquaranta centrali nucleari nel mondo producono il 10% dell’energia, ne servirebbero 4 mila o forse più, secondo Francesco Stellaci del Politecnico di Losanna. Altro rischio: effetti collaterali discriminatori. Tshilidzi Marwala, sottosegretario Onu, ha recentemente chiesto di impedire che l’AI divenga un mezzo di oppressione ed esclusione, dato che un sistema basato sull’icastica per definizione esclude gli estremi, le code, dunque le diversità. Versante lavoro: Erik Brynjolffson, capo dello Stanford Digital Economy Lab, afferma che l’AI genera produttività e valore ma rafforza le diseguaglianze di genere, salute, etnia, perché sono elementi immodificabili e, se i dati additano come meno efficienti determinate categorie di persone, ciò si ripercuoterà su occupazione e reddito. Diane Coyle, economista di Cambridge, sostiene che un’economia di miliardari con dipendenti a basso reddito e a rischio lavoro non sarà politicamente sostenibile, mentre i premi Nobel per l’Economia Daron Acemoglu, Simon Johnson e James Robinson dimostrano, sondaggi alla mano, che in tema di libertà di parola la maggioranza degli intervistati è più propensa a credere a un miliardario high-tech che a un filosofo le cui analisi siano state vagliate da altri esperti.
In Europa si va ai ripari con l’AI Act (Reg. 2024/1689) che, con meritoria vocazione ecumenica (vale pure per chi stia all’estero ma usi l’AI su cittadini dell’Unione), vieta già dal 2 febbraio prossimo, con molte eccezioni, una pletora di impieghi che utilizzino tecniche subliminali e manipolative delle condotte umane, incidano sulla vulnerabilità di anziani, poveri o disabili, nuocciano agli individui classificandoli in base a comportamenti sociali o caratteristiche personali, preconizzino (come i precog di Minority Report) attitudini criminose, operino riconoscimenti facciali catturati da Internet o da telecamere, inferiscano le emozioni di un individuo al lavoro o a scuola, categorizzino biometricamente le persone per trarne etnia, opinioni politiche, religiose, filosofiche, vita o orientamento sessuale e molto altro. L’AI Act soffre tuttavia di tre limiti. Primo: il suo pieno regime esigerà quasi tre anni, lungo i quali l’AI potrebbe crescere così imprevedibilmente da eludere i solenni divieti. Secondo limite: quei divieti sono obiettivi molto lati e non strumenti specifici, perché quell’imprevedibilità evolutiva non permette ad oggi di individuare precise contromisure. Il terzo e più grave limite è un altro: la maggioranza degli individui, abituata a cedere immense quote di privacy in pasto alle reti, davvero si opporrà allo strapotere dell’AI, per ora faccenda trattata solo da élite
intellettuali? Chiudendo il cerchio cinematografico, memorabili le parole del villain di 007 No time to die (2021), Lyutsifer Safin, interpretato dal geniale Rami Malek: «Ci raccontiamo bugie sul libero arbitrio e l’indipendenza ma non le vogliamo davvero. Vogliamo che ci dicano come vivere e come morire senza accorgercene. Le persone vogliono l’oblio e pochi di noi sono nati per prepararlo per gli altri. E quindi eccomi: il loro dio invisibile che striscia sotto la loro pelle». Una finzione, certo, ma anche un lucido specchio del diffuso sentire. Forse un pronostico di quanto accadrà? Pillola rossa o blu? Il mondo è affetto da un incurabile strabismo: vede, senza avvedersene, nello stesso individuo o ente la sua illimitata libertà e la sua incondizionata remissione. I regolatori ne tengano conto. Nel mentre, con parole di autore che non richiede citazione, «ricominciamo a sperare nell’altezza dell’uomo». (riproduzione riservata)
Emilio Girino
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