Pandemia e guerra hanno fiaccato la fiducia di tutti. E adesso l’inflazione minaccia il potere di consumo

Mai è passato né passerà di moda il vizietto lessicale di spacciare per risolto un problema attraverso un neologismo ad effetto. Per l’anno che va spegnendosi il Collins sdogana permacrisis, termine fastidioso e un tantino disgustoso: crisi permanente, sinistra somma di catastrofi di varia origine e senza scampo. La realtà sta altrove. Sta nel 56° Rapporto Censis che fotografa un’Italia sfiduciata e malinconica. La quasi totalità (92,7%) teme un’inflazione di lunga durata, il 76,4% non crede a introiti in aumento nel 2023, mentre il 70% vede peggiorare il proprio tenore di vita. La stragrande maggioranza avverte socialmente insopportabili le divaricazioni reddituali (87,8%), perde ogni fiducia negli influencer (81,5%), non vuole più spendere per la moda (81,5%), acquistare prodotti lussuosi (70,5%), dedicarsi a cure estetiche (60%). In un sol colpo sono venuti al pettine nodi untuosi e aggrovigliati.
La lenta decrescita di una pandemia non cessata, sommata a un cruento conflitto alle porte dell’Europa, alla crisi energetica e all’esplosione inflattiva che ne sono conseguite, aggrava il senso di precarietà. Ma l’incremento della povertà (5,6 milioni di individui, secondo il Censis) e i salatissimi conti di energia e carrello non narrano soltanto quell’ovvia parsimonia tipica di ogni crisi ma urlano il dichiarato rifiuto di quei modelli di apparente benessere fondati su un dogma anticapitalistico in quanto lesivo della fonte primaria di reddito: il potere di consumo. Vale per il divario reddituale, che supera ogni limite di ragionevolezza e fomenta la rabbia di combattere la perdita di una più o meno normale agiatezza data per certa (la classe media e medio-alta non ne va esente). Vale per la ribellione al fashion, che non si regge sul singolo acquisto milionario ma sulla quotidiana spesa di molti strati medi e bassi della piramide consumeristica. Vale per il ripudio dei già osannati influencer, le cui capacità d’ispirare gusti e costumi viene negata frantumando la stupida fede nei like. Questa è forse la più sfavillante epifania della crisi delle reti sociali (di cui scrissi il 19 novembre scorso su queste colonne) ma anche dell’incipiente rigetto dell’esasperazione digitale e virtuale. In questo contesto i miti del denaro facile, decentralizzato, sicuro e indistruttibile sono meteore in dissoluzione. Il default di Ftx non è che l’epilogo provvisorio di un disfacimento che nel solo 2022 ha visto fallire una trentina di exchanger e volatizzarsi 4,4 miliardi di dollari fra hackeraggi e truffe su criptovalute (MF-Milano Finanza 19.12.22).
Il sentiment italiano non è solo. La sfiducia attraversa profondamente l’intera Europa e tocca con virulenza chi da poco l’ha lasciata: il disordine britannico figlio di Brexit dà ora alla luce una legge finanziaria da 55 miliardi di sterline, lacrimose e sanguinanti malgrado i rassicuranti proclami d’una monarchia fuori tempo, fra tagli di spesa e nuove imposte, nella morsa d’una discontinuità governativa senza precedenti, dove disagio e povertà esplodono in una raffica di scioperi che paralizza i trasporti di terra e di aria. La guerra russo-ucraina aleggia come uno spettro sanguinoso e vicino. Colpevolmente abituati a ignorare i conflitti relegati in parti del mondo lontane o poco interessanti, fronteggiamo oggi uno status belli inimmaginabile neppure nella più visionaria delle spy-stories. E non è solo faccenda di luce o gas, ma rischio concreto che la violenza torni a occupare la scena come accadde nei primi decenni del secolo scorso. Nello stesso senso le brutali repressioni autocratiche si rivelano turpemente e con perverso orgoglio antagonistico. S’avverte un pericoloso crollo delle fatiscenti reazioni limitate a pubbliche condanne ed embargo, l’assenza di una politica internazionale che riesca a riequilibrare assetti di pace sostanziale utilizzando leve economiche diverse dal miope asservimento di fatto a Paesi illiberali in nome di un mero taglio di costi.
Non c’è nulla di buono in una tal giostra di crimini e disastri se non l’obbligo per i sistemi economici e politici occidentali di ripensare rapidamente approcci e metodi decisionali. Dieci anni fa si disquisiva di spread, punti di pil, parametri monetari, Grexit data per certa, Italexit per probabile, Brexit impossibile. È accaduto l’esatto opposto e, mentre si è demenzialmente indebolito il tessuto economico-finanziario, gli eventi dell’ultimo triennio hanno provocato una mostruosa espansione della spesa europea. La corsa alla decarbonizzazione, in luogo di una razionale e graduale transizione, sta pericolosamente fallendo. Va ridimensionato l’estremismo digitale: non bloccare l’innovazione bensì evitare incontrollati sottovuoti di illegalità con risposte tardive e tentennanti, come accaduto con le criptovalute, sostanziali prodotti finanziari ancora considerati – contro ogni logica giuridica e finanziaria – animali rari (?) al guinzaglio d’addomesticatori legalmente equiparati a cambiavalute… Il Mica commuove! Rivoluzionare il modello di redistribuzione del reddito, normare una volta per tutte l’operatività delle reti sociali, ricostruire un principio di razionale cooperazione internazionale, arrestare l’anarchia valutaria e finanziaria. In disparte disperati e ciechi cambi di sponde, le elezioni mal racchiudono i desideri dei popoli, mentre i sondaggi quotidiani parlano chiari e crudi. Per il Censis il mantra degli italiani (ma vale per tutti) è «lasciatemi vivere in pace nei miei attuali confini soggettivi». Ma i confini soggettivi non portano a nulla né si invochi un altro neologismo (quiet quitting, ossia lavorare solo lo stretto necessario) perché i problemi non si risolvono con parole più o meno infelici. Svegliamoci! È il vero augurio invece del logoro buon anno.
