Il nuovo debito sostenibile deve rivedere le basi della convivenza sociale. E fare un passo indietro intelligente

Concepita, nella seconda metà degli anni Ottanta, in chiave ambientalistica, la «sostenibilità» ha speditamente invaso la dimensione economico-sociale. Non è sostenibile solo ciò che è verde, bensì tutto ciò che migliori le condizioni di vita e il benessere in prospettiva generazionale, presente e futura. Proiettata su un orizzonte di sviluppo equo e solidale la sostenibilità ha dovuto dismettere i preconcetti astratti e misurarsi con nuove forme di crescente impoverimento proprio nel mondo occidentale. Gli inquietanti esiti del rapporto Censis-Tendercapital del novembre scorso restituiscono, fra i molti, due dati tristemente eloquenti: 7,6 milioni di famiglie italiane hanno visto peggiorare le loro condizioni economiche in meno di un anno e 5 milioni di persone non riescono a mettere insieme pranzo e cena. Ma la causa non è, come sbrigativamente asserito dai più, l’imprevedibile sciagura pandemica, la quale ha solo dimostrato la dimensione esplosiva di un crescente disagio economico e sociale in atto da almeno un abbondante decennio.
Se in Italia, come nel resto d’Europa, i divari economici non fossero così stoltamente esasperati, se le classi medie e basse potessero contare su una maggiore ricchezza o, meglio, se la ricchezza non fosse stata loro sottratta, gli effetti della pandemia sarebbero meno rovinosi. Usando altro vocabolo à la page, ci sarebbe maggior resilienza. Stiamo invece ora pagando l’inettitudine di visione e la ladra arroganza di uno pseudo-capitalismo tramutatosi in feudalismo d’ignobile stazza. La verità è che i modelli economici e sociali vanno non già profondamente ripensati bensì intelligentemente ricostruiti. Ecco qualche esempio.

Debito pubblico

Il 5 marzo 2020, in piena pandemia, qualcuno ha risposto al Financial Times: «La perdita di reddito del settore privato – e ogni debito assunto per riempirla – deve essere assorbita, totalmente o in parte, dai bilanci pubblici. Debiti pubblici più alti diventeranno una caratteristica delle nostre economie». Inutile dire che quel qualcuno era Mario Draghi, eroico armigero del whatever it takes, ma soprattutto razionale e fattivo osservatore della realtà. Una realtà che insegna come, nei sistemi di welfare, l’indebitamento pubblico non sia un fattore di rischio ma di crescita. Le centinaia di miliardi che la Ue ha messo e metterà a disposizione per l’emergenza pandemica ne sono l’innegabile tornasole. Il che non vuol dire che uno Stato debba allegramente indebitarsi per dispensar prebende o borboniche elemosine, bensì che i sistemi solidi, nei quali il rifinanziamento del debito non conosce crisi, devono rinunciare ai feticci ragionieristici e innestare virtuose circolarità contabili secondo la sequenza: trasferimento – investimento – produzione di ricchezza – ritorno fiscale.

Diseguaglianze reddituali

Ormai l’abisso reddituale non ha futuro. È questa la fonte della sperequazione patrimoniale che indebolisce le classi medie e basse (ora anche le alte), genera nuova povertà e incrementa odio e rabbia sociale. È questo un metodo capitalisticamente stupido perché, a breve termine, attacca alla radice la capacità di risparmio e consumo compromettendo la creazione di ricchezza anche ai livelli maggiori. In via autonoma e con ragionevoli interventi normativi, i sistemi di produzione dovranno necessariamente dotarsi non già di salari minimi bensì di una scala di rapporti atta a impedire remunerazioni che, nell’ovvio rispetto di principi di rischio, responsabilità, capacità e merito, sfondino barriere proporzionali fra vertici e basi, fra proprietà e lavoro.

E-commerce di prossimità

Il commercio elettronico non va demonizzato né frenato, ma il suo prepotente dilagare sta creando forti squilibri concorrenziali, pericolosamente votati all’annientamento del commercio di base. Molto possono qui i consumatori, rinunciando al pantouflage del click facile, ma molto potrebbero fare gli Stati promuovendo e incentivando, anche fiscalmente, la creazione di piattaforme di prossimità, consorzi che riuniscano e facciano da vetrina ai commerci di base e che garantiscano, attraverso accordi di logistica preferenziale (con corrieri regolari non con neo-schiavi in risciò), consegne in 3, non in 24 ore.

Telelavoro

Abbiamo visto gli effetti negativi: calo di produttività per indisponibilità di spazi adeguati, scarico di pressione sul mid-management, perdita di socialità e creatività da incontro, deriva psicologica. Un impiego smodato e strutturale del lavoro agile non produrrà un mondo migliore.

Volontariato sociale

È un inestimabile patrimonio, eppure continua a ricevere solo qualche distratta carezza di elogio. Maldestramente regolato da un codice troppo timido, molto burocrate e ancora incompiuto, il Terzo Settore va stimolato e sostenuto. Soprattutto attraverso una leva fiscale che consenta la totale e illimitata deducibilità delle donazioni. Non parliamo solo di onlus per il soccorso all’emarginazione e al bisogno, ma anche di enti di aggregazione locale, organizzazioni di formazione, di sostegno e produzione culturale. Un modo peraltro di trattenere capitali e dirigerli verso finalità sociali, con egoistico e meritorio compiacimento del donante. La vera rinascita non si compirà con fughe in avanti unidirezionali e modaiole ma recuperando dimensioni economico-finanziarie e valori culturali e sociali troppo frettolosamente prepensionati. Insomma: un intelligente passo indietro.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.