L’impatto economico di un male oscuro: l’assuefazione

Propongo un diabolico quesito enigmistico di fine anno. Niente cinismo, solo lucidità. Concateniamo alcuni accadimenti, ora affini ora diversi, occorsi nel 2023. Il conflitto russo-ucraino, mediaticamente superato da quello israeliano-palestinese; colossi digitali che, in luogo di creare valore e occupazione, li distruggono a ritmi fulminei (due esempi: Twitter che silura metà dei dipendenti e Spotify un quarto); il divorzio fra social network e siti dei quotidiani economico-politici per la cosiddetta de-enfatizzazione dei link (le principali testate americane nel 2023 realizzano solo il 6,5% del loro traffico di news sulle reti sociali); un’invadente e incontrollata intelligenza artificiale che, snobbando i social, potrebbe condizionare le elezioni statunitensi, europee, russe e taiwanesi; la stessa AI che oggi genera influencer virtuali, avatar con sempre più inquietanti sembianze antropomorfiche che si inventano vite (ir)reali ma che conquistano platee e seducono brand, in grado di meglio controllare gli umanoidi, più fabbricabili e meno imprevedibili degli influenzatori umani; l’incessante ascesa di reality show e di giochi televisivi di pura sorte che dilatano il mito del denaro facile senza talento; le valute digitali di Stato, che avanzano lente, scomposte, attorniate da stuoli di dubbi e antinomie, quale inutile scudo alle criptovalute che proseguono indisturbate la loro crescita globale (e altamente inquinante). L’elenco sarebbe assai più lungo ma fermiamoci qui.
Il quesito: che cosa accomuna questi eventi? Non certo la tragicità: gli orrori di una guerra non sono neanche vagamente comparabili a pur traumatici licenziamenti massivi. Neppure il predominio della tecnologia, fenomeno noto da tempo. Nemmeno l’avidità, vizio congenito all’umanità. Per scovare il comun denominatore basta osservare la generale risposta che le persone come le aziende, i media, gli Stati e, più in generale, quella che si chiama(va) pubblica opinione danno a questi fatti. Quel denominatore è l’assuefazione. Un processo di solito lento e graduale, oggi tremendamente rapido grazie alla potenza tecnologica accelerata. Indignazioni, pubbliche condanne, proclami, cortei, manifestazioni e reazioni durano poco e bastano pochi mesi a dissolverne la potenzialità d’antidoto. Prevale invece un comune sentire che, nel brevissimo, si abitua a ciò che accade. Guardiamo ai conflitti: una forte reazione collettiva e un dibattito intenso nel caso ucraino, sorpassato in meno di tre mesi da quello palestinese, che già ora sembra entrato in una passiva quotidianità. La distruzione occupazionale provocata dalle industrie digitali pare quasi ineluttabile, salvo poi indignarsi, ma per poco, contro licenziamenti di personale delle imprese tradizionali. Social che ripudiano le notizie dei quotidiani passano pressoché sotto silenzio. Ci si abitua all’AI e alla sua prepotenza intrusiva e che questa possa falsare l’esito di elezioni o che gli influencer siano veri o fatti di pixel diventa presto irrilevante. E non è, come spesso ingratamente si osserva, un problema giovanile (esistono molti giovani ricchi di talento e di volontà di emergere): è un fenomeno trasversale a età, censo, istruzione.
Discettiamo pure sulle cause del fenomeno ma sarebbe più utile interrogarsi sulle conseguenze che il processo di assuefazione collettiva sta producendo e produrrà sull’economia. Se e quando il massacro umano cesserà, le macerie genereranno nuova produttività? Può darsi, salvo vedere come, quando e con quali giovamenti per le popolazioni martoriate e salvo domandarsi se nel terzo millennio, dove si coltivano – almeno a parole – obiettivi di inclusione e sostenibilità, abbia un senso accettare che lo strumento bellico sia un fattore produttivo. Nel frattempo la guerra genera danni non solo ai Paesi coinvolti (poco meno di 340 miliardi la somma fra Russia e Ucraina); ne soffrono anche le filiere di fabbricazione dei Paesi terzi sempre più a corto di materie prime, energia, risorse alimentari. Il prevalere della cultura di rete che rigetta la notizia politica o economica porterebbe a una gravissima contrazione, se non alla progressiva ma non remota sparizione, dell’informazione indipendente, baluardo democratico che crea professionalità, valore e ricchezza. Gli stessi social rischiano di essere annientati da un’intelligenza artificiale che mette a repentaglio, oltre al personale che vi opera, il perverso disegno di unificazione intellettuale che le reti perseguono. Nello stesso modo l’influencer, mestiere nato dal nulla ma che contribuisce a far consumo, sarà rapidamente archiviato da un’automazione intelligente, controllabile, insensibile. In un mondo dove prende sempre più mostruosa forma un pensiero unico, privo di un preciso colore politico, un mondo dove la logica del gregge tocca il suo strabiliante apice, anche lo stimolo consumeristico si affievolisce, la ricerca del lavoro cala sostituita dalla corsa all’oro facile.
E i governi nazionali e sovranazionali? Simili ai loro cittadini (o sudditi?), sbraitano, proclamano, decretano, sempre senza una visione che non superi la prossima tornata elettorale, infatuati di un qualche miracoloso progetto, incapaci di creare una strategia di reale sostenibilità a lungo termine.
Questa diagnosi non è diversa dalla sintesi del 57° rapporto Censis: «La società italiana sembra affetta da un sonnambulismo diffuso, precipitata in un sonno profondo del calcolo raziocinante che servirebbe per affrontare dinamiche strutturali, di lungo periodo, dagli effetti potenzialmente funesti». La terapia? Dare alla gioventù talentuosa maggiori stimoli economici, contrarre la diseguaglianza reddituale, preservare le popolazioni dal virus dell’assuefazione. Sempreché i destinatari non preferiscano assuefarsi al sonnambulismo psichico, forse voluto dai poteri forti dell’economia mondiale, a loro volta preda di un’assuefazione autolesionistica. Difatti anche i sonnambuli veri, di giorno o di notte, devono pur vivere. E di sogni non si vive.
Emilio Girino
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