Esg, bitcoin, metaverso: qui cambia anche l’economia

Interrogarsi sul domani dell’economia e della società è naturale e previdente. Non altrettanto (salvo rare eccezioni di taglio estremamente realistico, come il 3° Rapporto Censis-Tendercapital) è attribuire a un virus la responsabilità di cambiamenti viceversa in atto da tempo, palesi o striscianti, accumulati in decenni di sottovalutazioni e leggerezze, sopravvalutazioni e distorsioni di pensiero. Il fenomeno può leggersi sotto plurimi angoli visuali, ma vorrei azzardare una lettura che concateni quattro temi apparentemente disgiunti e ben più datati della crisi pandemica, la quale ha fatto solo da acceleratore particellare.

In testa si piazza, a pieno diritto, la rivoluzione Esg. Ben più indiziarie delle notizie, le réclame trasmettono spesso messaggi fuorvianti: i cambiamenti rilevanti sarebbero solo il clima e la sempre un po’ sfuggente inclusione, quando la sostenibilità sociale impone soprattutto la focalizzazione sulla centralità del benessere umano e dei suoi naturali valori. La guerra ai motori endotermici provocherà micidiali contraccolpi ambientali e sociali. In margine alla vittoria annunciata entro il 2035, il ministro dello sviluppo economico Giancarlo Giorgetti ha osservato che quell’obiettivo causerebbe, in meno di tre lustri, il dimezzamento della forza lavoro del settore. Sul versante ecologico, inquietano invece i dati del 3° Rapporto sullo Sviluppo Sostenibile in Europa (autori: Sustainable Development Solutions Network e Institute for European Environmental Policy): la progressiva decarbonizzazione europea ha incrementato, già nel 2018, le emissioni in Africa, Asia e Sudamerica e la tolleranza verso standard di lavoro degradati fa sì che, ad esempio, l’importazione di prodotti tessili in Europa generi nei paesi svantaggiati oltre 21.000 incidenti all’anno, di cui 375 letali. Risultati decisamente insostenibili.

Il secondo tema evoca le criptovalute. Pare (dati ovviamente incerti) che ne esistano più di 6.700 per una capitalizzazione complessiva intorno a 1.900 miliardi di dollari. Snobbate, osannate o vituperate, le criptovalute aumentano di stazza, irritano la finanza tradizionale (soggetta a regole che la cripto-concorrenza non sconta), turbano autorità e governi centrali, stimolano derive repressive o rincorse volte alla creazione di stablecoin: euro, dollari, yuan basati sulla stessa tecnologia (blockchain) ma garantiti da una pubblica autorità di emissione, con quel che ne consegue in termini di impoverimento di immense fasce di popolazioni bandite dal digital divide. Eppure, incredibilmente, si stenta a prender atto di questa mutazione e a calmierarne la capacità competitiva con il sistema tradizionale emanando norme equivalenti. In parallelo e come per fronteggiare, in chiave analoga ma alternativa, quest’offensiva concorrenziale impropria e senza regole, l’apparato bancario-finanziario procede a marce forzate verso modelli di iper-digitalizzazione e spersonalizzazione. Tanto incide sulla qualità del servizio finale reso al cliente, sui livelli occupazionali e, soprattutto, sul rischio esponenziale (e sul connesso costo per l’intermediario) di atti di criminalità informatica, schizzati a picchi inauditi nel corrente biennio.

Terzo tema: la concentrazione dell’offerta. Si registra in quasi ogni settore, marcatamente in quelli strategici, coincidenti con servizi essenziali o divenuti tali: banca, finanza, automotive, e-commerce, informatica, logistica, telecomunicazioni, energia. La tendenza concentrativa, giustificata al fine di competere con i colossi, sta nei fatti annullando la concorrenza e consegnando i consumatori a quegli stessi colossi, cioè ad un’offerta oligopolista estremizzante e, in rapida prospettiva, alla riduzione del ventaglio di scelta, all’aumento dei costi, alla creazione di dipendenze ineludibili. La deriva oligopolistica si manifesta anche ad uno stadio precoce, come dimostrano la crisi dei semiconduttori, la penuria di materie prime e la deflagrazione dei costi, l’impatto sulle catene produttive e l’assottigliamento dei beni disponibili. Un circolo vizioso già ripercossosi sugli stessi attori principali (8 milioni in meno di veicoli prodotti nel 2021 rispetto al 2020 nella sola Ue): non si formano oligopoli solo sul lato produttivo ma anche su quello degli approvvigionamenti e si formano in micro o macro-aree fortemente condizionate da poteri politici esterni (o interni ma di matrice autocratica).

Infine, la cancel culture, neologismo che, letto secondo il genitivo sassone, esprime la soppressione delle evidenze storiche, artistiche, culturali passate che risultino «sgradite»; letto in costrutto imperativo, si traduce nell’ordine (pardon: mainstream) di cancellazione della cultura, senza potersi escludere che la prima lettura preluda alla seconda. Ciò che a molti pare un vezzo salottiero, una moda fuggevole a vocazione autoestintiva è invece qualcosa di estremamente preoccupante. È una prepotente, lievitante inclinazione alla compressione della conoscenza, della creatività, del libero pensiero, strumenti indispensabili, oltre che alla libertà umana, al progresso economico: non esiste produttività economica in assenza di una libera produttività espressiva, cosciente della misura, sublime o abietta, del proprio passato.

Chiudendo il cerchio, un mondo ossessionato da risultati Esg parziali e a breve termine e nel contempo incurante degli effetti collaterali che potrebbero vanificarli, una finanza che tende a spersonalizzarsi per rispondere alle insidie di forze autogene e incontrollate, un’offerta sempre più concentrata in poche mani e in aree essenziali di produzione, servizio e approvvigionamento, un mondo su cui aleggia un’orwelliana cernita di ciò che si possa conoscere e di ciò che si possa dire, pensare, creare è un habitat ben distante dagli scopi che si propone chi lo invochi. Un mondo che rischia di isolare gli individui e alimentare l’illusione di una perenne realtà virtuale predefinita ed eterodiretta, di trasformare la vita in un gioco arido, in una non vita vissuta per interposta persona. Cosa significherà veramente Metaverso? Metà umanità, umanità a metà o, forse e alla fine, nessuna umanità?

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.