Il successo dei Btp esprime una fiducia da non sprecare

Ventidue ottobre 2020. Il Tesoro riacquista alcuni Btp in scadenza fra il 2021 e il 2025 rifinanziando la posizione con l’emissione di un Btp a 30 anni, tasso lordo nominale 1,7%, 8 miliardi di valore facciale. La domanda esplode a 90 miliardi: più di undici volte l’offerta per accaparrarsi un titolo che in tre decadi promette una resa netta attorno, suppergiù, all’1,5%.
La lettura prevalente di questo successo trova due sblocchi logici: l’estrema fame di rendimenti con tassi ormai pressoché ovunque azzerati e le manovre monetarie espansive della Bce.

Non c’è dubbio che i due fattori abbiano pesato e, con ogni probabilità, sarebbero risultati esclusivamente decisivi nella corsa al titolo se solo si fosse trattato di un decennale. Ma per un bond che scadrà nel 2050 è realistico supporre che gli investitori abbiano agito soltanto per appetito immediato e per fiducia in una politica monetaria accomodante? L’arco temporale è troppo ampio per giustificare una simile diagnosi e per fondare il calcolo prognostico.

Certamente la fetta più grossa è finita nel piatto dei fondi professionali che sanno bene l’affar loro (così come accaduto in occasione del collocamento dei primi 17 miliardi di euro del fondo Sure, un decennale che ha stimolato una domanda di 233 miliardi, dei quali il 41% sottoscritto da fondi e il 15% dalle tesorerie bancarie). Dunque v’è dell’altro in questo successo consumatosi in piena pandemia, cioè in un contesto caratterizzato da un inevitabile rialzo del rapporto debito/pil, specie per contrazione del denominatore.

Una spiegazione più razionale va ricercata altrove. La percezione del rischio sul debito pubblico italiano tende a essere sopravvalutata per evidenti logiche politiche (in senso lato) e speculative (in senso stretto). Gli investitori, se la domanda fosse stata interamente soddisfatta, non si sarebbero abbuffati di 90 miliardi di un titolo veramente rischioso in assenza di una reale fiducia nel futuro del Paese.

La sopravvalutazione della percezione di rischiosità è, d’altronde, agevolmente dimostrabile: il debito italiano non è mai stato disonorato, neppure nella prima metà di questo infausto decennio; il suo rifinanziamento non è mai stato problematico; non si è mai attinto un centesimo dai vari fondi salva-Stati (altro discorso varrebbe per il Mes nella sua versione pandemica). Alla base di tutto esiste un sistema economico solido, un basso indebitamento privato, una complessiva ricchezza finanziaria ancora elevata (ancorché distribuita male, ma meno peggio che altrove).
Anche il gioco perverso del rating e dello spread ha dovuto cedere, sia pur a denti stretti, all’evidenza dei fondamentali: il secondo quotava a 137 punti base a ottobre e ora viaggia veloce verso i 120 con buone chance di sfondare al ribasso nel medio termine la soglia 100.

Conclusione: andrà tutto bene? Dipende. Dipende da come il Paese saprà sfruttare il capitale di fiducia che il mercato gli sta accordando. A fronte di un pesantissimo, per non dire veramente drammatico, scenario di deterioramento economico, l’intervento pubblico continua a essere avviluppato e rallentato da limiti politici e lacciuoli burocratici: dei 72 miliardi di competenza sul bilancio europeo 2014-2020, la spesa effettiva oggi non supera i 28 miliardi di euro.

Una spesa più snella, rapida e mirata avrebbe certamente ridotto e ridurrebbe l’impatto negativo sull’economia dovuto alla pandemia, aprendo scenari di sviluppo e ripresa più confortanti. Il sistema produttivo privato sta reggendo il colpo, coraggiosamente e con sacrifici immani, ma non durerà oltre la fine del 2020. Serve un soccorso immediato, reale, strutturale (non esistono solo il green e il digitale), non un’elemosina pioggerellante e inconcludente. Sarebbe una beffarda e sanguinosa tregenda sprecare questa confermata forza di raccolta per mera assenza di strategia. Nel pieno della crisi esplosa nel 2011 questo giornale coniò la felice espressione: l’Italia c’è. Ora dovremmo dire: l’Italia ci sarà, se saprà esserci.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.