Guerra al contante, con il cashback si rischia di stimolare l’evasione

Singolare e mordace il bonus-malus con cui il governo arma la lotta all’evasione. Disinnescare l’ordigno delle clausole Iva è una scelta inevitabile, vale 23 miliardi, 5 dei quali dovrebbero (forse) pervenire da un congegno perverso se solo non fosse grottesco: incentivare i pagamenti con carta di credito concedendo uno sconto di (forse) tre punti a chi se ne servirà, aggiungendone (forse) uno a chi preferirà il frusciante valsente. L’inusuale trovata, che va sotto il nome di cashback e trova la sua musa nei programmi di fidelizzazione degli emittenti, merita seria e attenta ponderazione.

Quale mezzo tracciabile, la carta elettronica scanserebbe l’evasione da parte dei sordidi mercanti di quartiere, per definizione adusi al nero (solo loro, perché il discorso non vale per i colossi tech residenti in paradisi fiscali europei con una web-tax che ha meno voglia di arrivare di quanta ne abbia Godot). Comprando con una carta un articolo da 200 euro, di cui 163,93 d’imponibile e 36,07 d’Iva, si risparmierebbero 4,14 euro, mentre pagandolo in contante si verserebbero 1,32 euro in più. Occhio al giro: il mercante riceve dal cliente 36,07 euro e tali li deve al Fisco. Quest’ultimo però, accreditando al virtuoso cartista 4,14 e addebitando al losco contantista 1,32, perde 2,82 euro (4,14 meno 1,32). Certo, il mercante dovrebbe poi dichiarare al fisco cifre piene e versare maggiori imposte dirette. Ma mercante e cliente potrebbero siglare il consueto patto scellerato: il primo sconta 10 euro al secondo, non emette scontrino, non versa alcunché (né Iva né Ires) e risparmia le commissioni di vendita via carta; il secondo perde 1,32 euro (teoricamente perché l’invisibile pagamento cash non sconterebbe la sovrattassa) ma ne guadagna 8,68 (10 meno 1,32), più del doppio dei 4,14 nel caso in cui avesse pagato con carta.

La geniale ricetta governativa non solo spronerebbe l’evasione invece di combatterla, ma si tradurrebbe in una perdita secca sulle imposte indirette ed esponenziale sulle dirette. L’unica arma per debellare l’evasione consiste nell’ampliare la deduzione dei costi, incitando la pretesa di fattura o scontrino. All’opposto, il bonus-carta e malus-contante invita a passare prima dal bancomat: ora più che mai perché al congegno descritto s’associa la riduzione delle spese deducibili. Le proposte d’estensione dei costi deducibili (l’altrimenti detto contrasto d’interessi), formulate da fior di tributaristi e bocciate da studi che proverebbero la perdita d’introiti per l’Erario, continuano a cadere nel vuoto, mentre la verità storica (con testimonial gli incentivi fiscali sulle ristrutturazioni edilizie) dimostra come la deduzione o la detrazione siano gli unici strumenti per restringere il perimetro del pactum sceleris.

Il gioco cartaceo dovrebbe poi calcolare tre effetti collaterali: applicata al commercio elettronico, dove i contanti sono necessariamente banditi, la norma debiliterebbe letalmente il commercio fisico con pesanti ricadute occupazionali; in un Paese con milioni di famiglie unbanked (senza conto corrente) penalizzerebbe i ceti debolissimi e avvantaggerebbe quelli provvisti di carte, visto che per i primi l’Iva passerebbe al 23%, mentre per i secondi scenderebbe al 19%; un meccano che stimola l’evasione causando una riduzione del gettito Iva provoca anche un effetto depressivo sul debito/pil. Sorge un dubbio costituzional-tributario: perché pagare con una carta di credito o debito dovrebbe concedere un premio fiscale mentre chi usa moneta avente corso legale dovrebbe essere punito? L’articolo 53 della Costituzione àncora il piedistallo fiscale a capacità contributiva e progressività, non anche al mezzo solutorio dell’obbligazione pecuniaria. Da qui un amaro paradosso che schiaffeggia quella norma: il grande evasore spesso è titolare anche di liquidità visibile regolarmente spesa con la carta, ergo il cashback gli regalerebbe un insperato sconticino fiscale! Al confronto la lotteria degli scontrini sarebbe un puro azzardo.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.