Cripto-riserve e riduzione del debito Usa? La formula non funziona

Con una totale inversione di rotta rispetto alle precedenti dichiarazioni, il presidente Donald Trump sbandiera ai quattro venti che gli Usa diventeranno la capitale mondiale del bitcoin. L’idea nasce dalla proposta di legge, formulata dalla senatrice repubblicana Cynthia Lummis: prevede l’acquisto da parte del governo statunitense, nell’arco di un quinquennio, di 1 milione di bitcoin da detenere per almeno 20 anni, con il fine ultimo di abbattere il debito Usa che attualmente supera i 36 mila miliardi di dollari. In base alla quotazione attuale della criptovaluta, si tratterebbe di circa 100 miliardi e, nell’aspettativa di un’inarrestabile ascesa, questo porterebbe nel tempo al magico risultato di recuperare l’investimento e abbattere pesantemente il debito.

Al pari di oro e petrolio, il bitcoin diverrebbe una riserva strategica delle finanze americane. Detta così, parrebbe una soluzione geniale, ma gli ostacoli, le incognite di mercato, i rischi operativi e il moral hazard (quello che portò alla crisi dei subprime e che qui risulterebbe iper-amplificato) sono tali e tanti da renderla impraticabile.Sul piano prettamente tecnico, la proposta ha un principio di fondamento. Una riserva strategica deve rispondere ad almeno quattro requisiti: essere scarsa, non deteriorabile, fungibile, capace di conservare il suo valore nel tempo. Il bitcoin però possiede solo la prima qualità e, parzialmente, la seconda. È stato progettato per una quantità finita di unità (21 milioni), il cui ultimo anello sarà estratto (in gergo «minato») nel 2140: ad oggi siamo già a più di 19 milioni. La non deteriorabilità deriva invece dalla immodificabilità dei supporti, ossia la blockchain e il registro distribuito (principio di decentralizzazione che è poi l’anima pseudo-anarchica della criptovaluta). Ma nel mondo informatico è risaputo che nulla è immune agli attacchi esterni. Il bitcoin non è neppure un bene fungibile: allo stato non è un mezzo estintivo di debiti pecuniari legalmente riconosciuto.

Ma è la carenza del quarto requisito, stavolta in senso proprio, a minare la tenuta del disegno. Il bitcoin è un’entità astratta che riposa su un mix di soluzioni algoritmiche e fiducia cieca, privo di qualsivoglia asset o autorità che ne garantiscano la certa e costante disponibilità e, men che meno, la crescita di valore (senza dimenticare che, fra fine 2021 e fine 2022, perse oltre il 70%). Il suo pregio, la scarsità, insieme alla sua immaterialità fanno sì che esso sia ipersensibile agli effetti della domanda. Quanto più alta sarà la domanda a fronte di un’offerta chiusa, tanto maggiore sarà il valore. Ma che accadrebbe se nel tempo quella crescita fosse ben inferiore? O se una nuova criptovaluta, magari creata e alimentata da una super-intelligenza artificiale o pilotata da un magnate del pianeta, detronizzasse il bitcoin? A prezzi correnti, 100 miliardi su 36 trilioni sono circa l’equivalente di due o tre ettolitri in una piscina olimpionica. La scommessa di fondo è che il bitcoin in un ventennio continuerà inesorabilmente a salire e, secondo un calcolo approssimativo con un fattore medio di crescita esponenziale del 60%, la rivendita della riserva potrebbe ridurre significativamente il debito americano (sempre che questo nel frattempo non leviti, come invece leviterà). Lascio a chi legge tre ultime riflessioni.

La prima: ha senso che la prima potenza mondiale affidi il futuro del suo debito ad una partita bid/ask su un’entità giuridicamente impalpabile e finanziariamente ultravolatile? Seconda: per l’acquisto servirà emissione di nuovo debito passando per il Congresso e, secondo quanto riferito da Usa Today, Owen Lau, analista senior di Oppenheimer & Co., reputa bassa questa probabilità. Terza e ultima riflessione: in svariate occasioni e sedi, comprese queste colonne, da anni osservo che le criptovalute sono prodotti atipici di investimento. Servono altre prove? (riproduzione riservata)

Emilio Girino
Thomson Reuters©
Stand-out Lawyer 2023

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.