Cripto, meme-coin e derivati: si torna alle scommesse ludiche?

Ancora riecheggiano i fermi avvertimenti di Fabio Panetta e le tonanti censure di Paolo Savona: attenti alle cripto! Ma che succede? Succede che un fenomeno da troppo sottovalutato oggi esplode alla luce dei numeri (vedere Francesco Ninfole in MF-Milano Finanza del 24.5.2025): stando ai sondaggi Bce, le famiglie europee possiederebbero almeno 75 miliardi di euro in criptovalute, le banche ne hanno 600 milioni, ma la custodia e amministrazione delle cripto sale a 4,7 miliardi, mentre i depositi bancari delle cripto-società si sono dimezzati in un triennio (da 2,5 a 1,2 miliardi).
La nuova Medusa che incombe su mercati e authority riprende un odioso nome, mal impiegato durante la crisi dei subprime ma qui più che opportuno: contagio. Contagio fra finanza tradizionale e criptovalutaria.
Come? Semplice. Con i vecchi, amati e odiati derivati, soprattutto i certificati, perfetti replicanti di una grandezza economica. Abbandonate le loro velleità anarchiche, le criptovalute strisciano nella finanza regolata divenendo il sottostante di molti certificati. La faccenda non è recentissima: già nel 2023 partì il primo certificate fondato sul bitcoin ma quasi nessuno ci badò. Vale a dire: compro uno strumento finanziario ampiamente regolamentato, ma il suo valore dipende da un’entità volatile e priva di garanzie.
La memoria torna a più di trent’anni fa, quando i derivati Otc furono spesso portati alla sbarra giudiziaria, accusati di essere una scommessa come tale immeritevole di tutela, al pari di un debito di gioco contratto fra biscazzieri clandestini (art. 1933 c.c.). La stortura fu alla fine superata riconoscendo che i derivati riposano su fondamentali economici reali (merci, tassi, valute, indici), sono mezzi per proteggersi o speculare, ma non sono atti d’azzardo e la parola «scommessa» è stata pertanto derubricata a metafora linguistica (Cass. 8770/2020).
Che dire delle criptovalute e delle loro innumerevoli declinazioni e sottospecie? Prendiamo i sempre più numerosi meme-coin, facilissimi da coniare con il metodo forking: basta copiare e modificare il codice di una criptovaluta esistente associandovi un personaggio vero (come la coppia presidenziale statunitense o il presidente argentino) o inventato, un’immagine spesso grottesca, un fenomeno di moda o di costume, persino una parodia delle stesse criptovalute (come il Dogecoin creato già nel 2013 da Billy Markus e Jackson Palmer per canzonare il bitcoin dimostrandone ogni fragilità).
Poi serve pompare il prodotto sui social, aumentarne la popolarità, stimolare una follia collettiva e spingere gli investitori a credervi e a comprare. Mimesi artificiale, carenza di un vero sostrato finanziario, inesistenza di retroterra economici generano una volatilità vertiginosa con sbalzi di valore registrabili in pochi giorni o addirittura ore, ispirando manovre fraudolente neppur così raffinate, quali il rug-pull o il pump-dump. Nel primo caso i creatori semplicemente spariscono insieme al denaro di chi ha abboccato.
Nel secondo, investono molto nel meme, ne fanno salire turbinosamente il prezzo, rivendono in massa lucrando la differenza e provocando il crollo di valore. Alla base dei meme-coin ci sono chiacchiere di quegli sterminati bar sport che sono certi social, mera follia fondata sulla neo-credulità popolare, puro gioco, cioè: niente. Talmente niente che persino i fautori delle criptovalute li detestano intravedendovi una minaccia alla friabile reputazione di queste ultime.
Quale futuro per i derivati su cripto? Il grande e fondato rischio è che, in assenza di un’ormai improcrastinabile e rigida regolamentazione, i cripto-certificati possano riqualificarsi come pure scommesse ludiche, che nelle aule di giustizia potrebbero vedersela negare.
Eloquente il lapsus di Javier Milei quando la sua $Libra perse di colpo il 95%. Invocò la sua buona fede ma concluse: «Se vai al casinò e perdi soldi, che diritti hai?». Nessuno, appunto.
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Emilio Girino
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