INTELLIGENZA ARTIFICIALE E DIFESA: IL VUOTO DI REGOLE SUGLI USI MILITARI

Il Prof. Gustavo Ghidini affronta sul Corriere della Sera il tema dei rischi legati all’intelligenza artificiale, richiamando l’attenzione sulla sostanziale assenza, a livello europeo, nazionale e internazionale, di una disciplina specifica che ne regoli gli usi militari e tuteli l’incolumità delle persone.
Il dibattito internazionale sull’intelligenza artificiale si concentra sempre più sui rischi che la sua diffusione può comportare per una pluralità di interessi individuali e collettivi. Dall’occupazione allo sviluppo cognitivo, dai consumi energetici alla tutela dell’ambiente, fino agli equilibri finanziari e alla sicurezza delle infrastrutture, la crescente capacità dei sistemi di AI di incidere autonomamente sulla realtà alimenta interrogativi sulla possibilità di controllarne gli effetti. In questo quadro assume particolare rilievo la sicurezza fisica delle persone, soprattutto di fronte allo sviluppo di sistemi sempre più avanzati, capaci di assumere decisioni autonome e persino di discostarsi dagli ordini impartiti dagli esseri umani.
Sul Corriere della Sera, il Prof. Gustavo Ghidini richiama l’attenzione su quella che definisce una sorprendente lacuna nella considerazione istituzionale dei rischi connessi agli usi militari dell’intelligenza artificiale. Proprio il settore nel quale le conseguenze per l’incolumità umana possono essere più gravi rimane infatti sostanzialmente sottratto a una regolamentazione specifica. Il problema si pone con particolare evidenza per gli armamenti governati da sistemi di AI e, soprattutto, per quelli “agentici”, in grado non soltanto di individuare un obiettivo, ma anche di decidere autonomamente come e contro chi intervenire.
“Ora, che i massimi rischi per l’incolumità umana vengano dagli usi militari è lapalissiano. E proprio per questo è sorprendente, appunto, che a livello istituzionale, nessun legislatore ne parli”, osserva il Prof. Ghidini. Una lacuna che riguarda anche la “regolatrice Europa”: l’AI Act del 2024 esclude infatti dal proprio ambito di applicazione i sistemi di intelligenza artificiale destinati a usi militari e i relativi output, sulla base del principio che attribuisce la sicurezza nazionale alla competenza dei singoli Stati membri.
Anche sul piano nazionale e internazionale, osserva l’Autore, manca una disciplina specifica degli armamenti guidati dall’intelligenza artificiale. La legge italiana n. 132/2025 prevede un’analoga deroga, pur accompagnandola con un generico richiamo al rispetto dei diritti e delle libertà fondamentali garantiti dalla Costituzione. A livello internazionale non si profila ancora una convenzione dedicata all’impiego dell’AI negli armamenti, mentre lo stesso Trattato del maggio 2024 del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa, volto a garantire il rispetto dei diritti umani, della democrazia e dello Stato di diritto, non trova applicazione nell’ambito della difesa nazionale.
A conclusione del proprio intervento, il Prof. Ghidini sottolinea come questa assenza di regolamentazione produca una situazione ancora più problematica della tradizionale segretazione delle invenzioni di interesse militare. Ne deriva, scrive, “un liberi tutti, dunque, per la gioia di quell’ industrial- military complex — oggi digital-military— contro cui mise in guardia nel 1962 nel discorso di addio (prudentemente: quello di addio) il presidente Eisenhower”. Da qui l’auspicio di un intervento dell’Unione Europea: “Facciamo dunque voti per un ravvedimento operoso della Ue, confidando nel suo coraggio politico”, conclude l’Autore, richiamando infine il monito manzoniano: “Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare!”.
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