Sui chip Usa e Ue devono rimediare a mezzo secolo di miopia

Sembra più raro dell’oro, non è una materia prima ma è come se lo fosse. È il microchip, ingrediente indispensabile per fabbricare pc e smartphone ma anche automobili (una può contenerne fino a 3.000). La penuria viene ascritta ai lockdown e alla miscela di difficoltà produttive ed esplosiva domanda di dispositivi elettronici.

La carestia è anche figlia della guerra doganale Usa-Cina che ha portato Pechino a far man bassa dei chip in circolazione. Ma il problema è più ampio perché per produrre chip serve silicio, che in verità abbonda in natura rappresentando il 28% della costa terrestre.

Sennonché il maggior produttore mondiale (sempre la Cina) dichiarandosi in preda a una crisi energetica da eco-transizione ha bloccato l’estrazione di silicio per il 90% provocandone un aumento di prezzo del 300% in due mesi.

Risultato: marchi blasonati dell’auto hanno dovuto stoppare le linee e registrare un impatto negativo che in prospettiva Deloitte stima in 52 miliardi di dollari. E non vale solo per il silicio: vi sono altri minerali e metalli come cobalto, manganese, rame, litio, tungsteno che Pechino possiede direttamente o facendo shopping nel terzo mondo, specie in Africa, pagando materie prime in cambio di infrastrutture. Il quadro si completa considerando che l’83% dei semiconduttori nel mondo viene prodotto a Taiwan (Tsmc) e in Sud-Corea (Samsung) e che il primo produttore mondiale di batterie, la cinese Catl, ha appena acquisito un gigante canadese del litio, anch’esso in vena di shortage nel prossimo quinquennio. Risvegliatisi da un lungo torpore Usa e Ue cercano di svincolarsi dalla dipendenza asiatica con modalità un po’ pateticamente autarchiche: Biden mette sul piatto 50 miliardi per rafforzare la capacità produttiva interna, von der Leyen pensa a una legge europea sui semiconduttori.

L’Occidente sta pagando il caro prezzo di una miopia politica, economica e umanitaria che dura da quasi mezzo secolo.

Ha irrobustito, con la spasmodica ricerca del ribasso di prezzo favorita da delocalizzazione e manodopera sottopagata, talune nazioni sottovalutandone la capacità di virare nel lungo termine verso modelli oligopolisti e ora non sa competere con esse nell’espandere i bacini di approvvigionamento. Una politica di investimenti che rimedi al doppio errore, rimpatriando la delocalizzazione orientale e portandola in Paesi sottosviluppati ma ricchi di risorse, è l’unica via per depotenziare l’oligopolio asiatico e creare nuovi mercati di sbocco, migliorare il tenore di vita di intere popolazioni e cominciare a risolvere il problema dell’immigrazione. Lo slogan «aiutiamoli a casa loro» deve trasformarsi in un piano di sviluppo a lungo periodo non più basato sul profitto a breve ma sulla creazione di valore.

A questa mossa deve accompagnarsene un’altra facendo leva su strumenti legali che già esistono. Attivando cioè le discipline antitrust sui big di elettronica, commercio digitale, comunicazione e software imponendone smembramenti, incentivando alternative concorrenziali, impedendo cioè che gli oligopoli interni determinino una endo-dipendenza. Per ora la carestia di chip fa stracciare le vesti all’automotive, ma cosa accadrebbe se quel ristretto gruppo che già condiziona l’economia e la vita di miliardi di persone chiudesse i rubinetti o alzasse i prezzi? Il percorso è ambizioso e denso di ostacoli. Quella dei semiconduttori è una lezione da imparare in fretta, e siamo già in ritardo.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.