Patto di Stabilità, è ora di svegliarsi dal sogno del debito/pil al 60%

Lasciando la Bce a fine ottobre 2019 Draghi dichiarò che in futuro ci saremmo dovuti abituare a convivere con debiti pubblici elevati. Firmato il Trattato Italia-Francia, il 26 novembre scorso, è stato più esplicito, sancendo come inevitabile la revisione del Patto di Stabilità e Crescita (Psc). Ma non fu né è il solo a pensarlo. Il ministro delle Finanze francese Bruno Le Maire è dello stesso parere dalla scorsa primavera. Klaus Regling, direttore del Mes e già uomo di fiducia di Theo Waigel, uno dei padri del trattato di Maastricht (deficit/pil 3%, debito/pil 60%), a ottobre in un’intervista a Der Spiegel ha dichiarato che le regole devono cambiare se cambiano le condizioni economiche. Persino Dombrovskis, vicepresidente della Commissione Ue, ha dovuto ammettere che il Psc va rivisto in chiave sostenibile. La stessa Commissione ha lanciato una consultazione pubblica per ridiscutere l’ormai impraticabile accordo, ibernato fino a tutto il 2022, che impone il rientro in un ventennio della quota eccedente il 60% del pil. Lo stesso Regling lo definisce irrealizzabile e senza senso.

Coscienza del fallimento d’un sogno indigesto di trent’anni fa? Sì, per quanto lo si ammetta a denti stretti. Qualche ulteriore cifra, tratta dal Fiscal Monitor del Fmi di ottobre, può darne un’esatta misura, prendendo a riferimento i dati reali e prospettici del rapporto debito/pil fra tre estremi: il 2016, il famigerato 2020 e il 2026. Rispettivamente il rapporto in Francia passa da 98 a 117,5 consolidandosi a fine corsa a 116,9; stabile quello tedesco (69,3, 69,1 e 60,9, tralasciando le «prestidigitazioni» contabili stile Kfw); l’Italia registra 134,8, 155,8 e 146,5; la Spagna 99,2, 119,9 e 117,5. E altrove? Considerando gli stessi estremi temporali, il Giappone parte dal 232,5 del 2016, va al 254,1 del 2020 e approderà al 251,9 nel 2026. Gli Usa muovono da 106,9, esplodono a metà strada a 133,9 e finiranno a 133,5. Nel Regno Unito si va da 86,8 a 104,5 per finire a 111,6. Insomma, parentesi pandemica a parte e con ogni beneficio di errore previsionale, nessun debito potrà fermarsi al 60% del pil: il trend si esprime in una curva crescente stabilizzandosi poco sotto il livello da shock pandemico. La ragione è più che ovvia. Nel mondo occidentale moderno, affamato di welfare e sempre più incalzato da sleali concorrenze che non lo praticano o quasi, nessuno Stato è in grado di far sì che l’indebitamento sia inferiore del 40% al livello del pil.

Archiviato il sogno, che fare? Irragionevole attendersi che la Commissione si rimangi il Trattato, peraltro non avendo gli strumenti giuridici per modificarlo ma solo per interpretarlo come sin qui ha fatto, ma qualunque revisione (allungamento dei tempi di rientro o diversificazione di obblighi a seconda della stazza debitoria del singolo paese) continuerebbe a cozzare contro una realtà socioeconomica che vuole i debiti pubblici in costante ascesa. Invece è proprio agendo alla radice e cessando di basarsi su un solo anacronistico parametro che il problema potrebbe risolversi.
Ad esempio, costruendo, come da un decennio chi scrive va invocando, una nozione di debito allargato che includa quello privato e quello pubblico implicito, le risorse liquide disponibili e, a livello europeo, i saldi attivi di debito commerciale. Sul tema Guido Salerno Aletta ha acutamente ricordato che l’indebolimento dell’euro/dollaro nel secondo trimestre 2021 ha generato un saldo delle partite correnti positivo per 333,6 miliardi, di cui 257,8 tedeschi e 74,5 italiani, a fronte di un indebitamento internazionale netto dell’Eurozona di 596 miliardi scatenato dai crateri spagnoli (909 miliardi) e francesi (842).

La pandemia resta una sciagura senza alcunché di positivo, tranne l’effetto collaterale di obbligare a riflettere. I numeri non mentono: il debito pubblico è salito di poco per il Covid ma negli anni a venire non è destinato a scendere di molto. Così difficile?

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.