Npl, i danni collaterali (che nessuno dice) del calendar provisioning

Negli scenari meccanicamente perfetti e praticamente irrealistici in cui i legislatori Ue sono soliti inscrivere molti dei loro interventi, quello del calendar provisioning trascura un piccolo dettaglio, chiamato Covid-19. Certo, nessuno poteva predirlo, ma una sorta di clausola di force majeure, che consentisse d’allentare la tenaglia sui crediti deteriorati, non avrebbe guastato in una disciplina protesa alla svalutazione programmata di npl in un decennio. L’inevitabile incremento delle sofferenze conseguenti alla recessione innescata dalla pandemia rende le disposizioni del Reg. Ue 630/2019 pericolosamente inattuali.

Agendo sul delicato congegno dei requisiti di capitale (Crr) tali norme impongono una svalutazione totale degli npl in 3, 7 e 9 anni a seconda che il credito ammalorato sia rispettivamente chirografario, garantito o garantito da immobili. S’aggiunge una presunzione di cross-default: se il debitore non paga per oltre 90 giorni più del 20% della complessiva esposizione verso l’ente creditore, l’intera esposizione diviene un npl e, se è tutta al chirografo, in tre anni va azzerata, con ovvi accantonamenti per eguale importo da parte della banca. Il noto ricorso alla metafora nucleare non può stupire: anzi, è quasi un eufemismo.

Residuano però due faccende troppo spesso ignorate. La prima riguarda la sorte di debitori sani ma a corto di liquidi causa pandemia: imprese e privati che, bollati come cattivi pagatori malgrado un default incolpevole, vedono peggiorare sino alla dissoluzione il loro merito creditizio. Ma l’effetto paradossale consiste nella penalizzazione di operatori neppure caduti in sofferenza. La riduzione dei margini di erogazione, conseguente agli accantonamenti accelerati e non assorbibile dai pur accresciuti cuscinetti di capitale, condurrebbe infatti a un pesantissimo e repentino credit crunch, seguito a ruota da una progressione geometrica del trend recessivo: un cortocircuito nefasto che nessuna concessione (forbearance) potrebbe disattivare, sempre che, in un implodente quadro globale, le banche possano far sconti o dilazioni. Due sole uscite: riscrivere la norma prevedendo una tempistica più morbida oppure sospenderla per almeno un biennio a beneficio dei debitori non in sofferenza prima del botto pandemico.

E qui veniamo alla seconda questione, un po’ più sottile. L’alternativa che si fa strada fra i partner europei è la creazione di una bad bank. O, meglio, di una sorta di network di bad bank nazionali onde alleggerire in anticipo i bilanci bancari dei nuovi npl da Covid. Soluzione che, lasciando irrisolta la questione precedente, si presta a due letture. La più ovvia è la presa di coscienza che recessione e avarie creditizie non risparmieranno nessuno, neppure chi si professi frugale o virtuoso. La meno evidente è che la mossa possa tradire un altro obiettivo: allestire una rete di sicurezza rispetto alla probabilissima esplosione degli attivi a rischio (i cosiddetti L2 e L3), di cui sono sature molte banche estere, tedesche per prime. Ulteriormente rallentata dalla pandemia, la revisione dei modelli interni di valutazione (Trim), su cui è al lavoro la Vigilanza Bce guidata da Andrea Enria, non potrà essere rinviata a lungo e gli effetti che i nuovi standard valutativi esplicherebbero sui bilanci bancari esteri sarebbero ben più che nucleari.

Il calendar provisioning pensa solo al credito in sofferenza, ma una bad bank, specie se nazionale, potrebbe assorbire attivi a rischio in anticipo rispetto agli esiti della Trim, scaricandone di fatto buona parte del peso sui singoli Stati. Le banche italiane, pressoché immuni a questo disastro addizionale, avrebbero tutto da guadagnarne. Curiosa quest’improvvisa comunione d’intenti, che poco sa di solidale e molto di personale: impedire che il potenziale tracollo di banche estere con attivi gonfiati sposti l’ago della bussola per depositi e investimenti.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre venticinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali,e societarie.