Minimum global tax, c’è il rischio di una smisurata cena delle beffe

Accordo storico e applaudito ovunque e da chiunque, anche, a sorpresa, da colossi quali Facebook di Mark Zuckerberg e Amazon di Jeff Bezos Scavando un po’, le sorprese abbondano e il plauso dei primi destinatari naturali non sbalordisce.

Il provvisorio e assai virgolettabile accordo del G7 di giugno si baserebbe su due pilastri: una tassazione minima globale del 15% e una doppia soglia di calcolo della base imponibile.

Le multinazionali che realizzino più del 10% di utile vedrebbero tassare il 20% dell’eccedenza. Un calcolo spicciolo porta a concludere che, fatto 100 il profitto e postulando l’aliquota del 15%, il balzello equivarrebbe a [(100 – 10%) x 20% x 15%] = 2,7.

Il colmo è che, per colpire questo mirabile bersaglio, servirebbe rimuovere un po’ di macigni: alcuni anni per mettere d’accordo 139 Paesi (auguri), l’intesa globale sull’aliquota minima (139 auguri), un criterio bilancistico universale per il calcolo dell’utile (quando non esiste alcun metodo veramente condiviso e le scappatoie intercompany – specie con uso accorto di licenze Ip madre-figlia – possono abbassare il margine sotto o appena sopra la franchigia), la resistenza dei paradisi fiscali (fra cui Stati dell’est Europa pronti ad accogliere produzioni occidentali con tasse fra lo 0,5 e l’1,5%), la riottosità cinese a qualunque accordo: solo per citare i massi che più molestano il percorso.

Ad esser veramente generosi nell’interpretare un’embrionale intesa per ora molto fumosa, a voler immaginare che il G20 veneziano di luglio trasformi l’utopia in realtà, ipotizzando che salti la doppia soglia e che la tassazione minima sia globalmente condivisa (e parliamo di scenari che scioglierebbero Kafka nell’invidia e Dalì nella depressione), insomma anche se i profitti dei grandi venissero interamente tassati al 15%, resterebbero tre amari calici da inghiottire.

Primo. Un tributo ridotto per chi macina più utili, magari impiegando manodopera a basso costo, vuol dire penalizzare realtà imprenditoriali (non necessariamente piccole, più spesso medio-grandi e solide, ossia circa il 98% del tessuto produttivo europeo) che difficilmente digerirebbero l’ennesimo affronto.

Secondo amaro calice. Se la sperequazione fiscale, anche quella intraeuropea, non sfugge all’accusa di concorrenza sleale tollerata, il privilegio alle guizzanti multinazionali partorirebbe uno squilibrio inaccettabile, non solo per le pmi ma anche fra gli stessi beneficiari della guarentigia, perché altro è gestire una piattaforma, altro accompagnarla ad una macchina da guerra logistica, altro ancora è fabbricare automobili e distribuirle. Il conflitto intestino al livello superiore inevitabilmente provocherebbe nuovi tentativi di fuga e il mondo è abbastanza grande da poter creare rifugi per profughi erariali (d’altronde viviamo in tempi d’inclusione…).

Terzo e più amaro calice: l’esasperazione delle diseguaglianze sociali e la messa, nero su bianco, della regola per cui l’arricchimento estremo darebbe titolo ad un premio fiscale, mentre il lavoro imprenditoriale, autonomo o dipendente ne sopporterebbe una volta di più il costo. Con l’aggravante per cui, siglato un simile accordo sperequativo, rimuoverlo sarebbe impossibile e dalla tolleranza si passerebbe alla piena legittimazione dello scompenso reddituale e competitivo.

Quando invece la soluzione più ovvia è sotto gli occhi di tutti: applicare una percentuale sul fatturato realizzato in ciascun Paese e destinare il tributo, tramite un facile split payment (fulmineo nelle vendite online), allo Stato in cui la vendita ha luogo, secondo l’universale principio della tassazione su base territoriale. In omaggio alla regola di proporzionalità, l’aliquota dovrebbe calcolarsi con leva progressiva e in misura tale da condurre a una tassazione dell’utile prossima a quella ordinaria. Troppo semplice, dunque troppo sgradito ai veri padroni del mondo. Vedremo se il G7 sarà il preludio dell’equalizzazione fiscale piuttosto che l’aperitivo ingenuo di un G20 tramutato nella cena delle beffe.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.