I dazi minacciati da Trump sono un incubo sopravvalutato

L’incubo che da novembre genera pericolose altalene sui mercati europei ha un nome antico e odioso: dazio. Rievoca gabellieri medievali riscossori del pedaggio al valico dei Comuni. All’epoca una sorta di Iva ante litteram ripetibile a ogni confine, oggi un’arma di guerra commerciale votata a fini protezionistici e politici. Davvero il governo Trump introdurrà dazi variabili su alcuni (dazio selettivo) o tutti (dazio universale) i prodotti dei Paesi con i quali gli Usa intrattengono rapporti d’affari?
Essenziale uno sguardo ai numeri (dati 2023). Il giro d’affari Usa-Ue è intorno ai mille miliardi di euro e la bilancia commerciale dell’Ue registra un saldo attivo di 156 miliardi in beni e un deficit di 104 in servizi. L’introduzione di un dazio universale dal 10 al 20% induce gli analisti a stimare una riduzione del pil euro fra l’1% e 1,6%. Il business italo-statunitense s’aggira sui 92 miliardi: esportazioni italiane a 67, americane a 25, saldo attivo per il Paese di 42. Fanno da padroni nelle nostre esportazioni (70% del totale) macchinari industriali e prodotti chimici. Le stime additano un terzo di riduzione dell’export in caso di dazi: il rischio sarebbe perdere 22 miliardi che, su un export italiano di 626, equivarrebbero a un -3,5%.
Ribasso non irrilevante ma neppure drammatico. Torniamo al punto. Accantonando i fragorosi cry havoc ante e post elezioni, gli Usa guadagnerebbero nel penalizzare le esportazioni europee e italiane? Tre riflessioni s’impongono.Prima. Qualsiasi dazio che inducesse le imprese americane a contrarre le importazioni Ue produrrebbe una flessione del pil Usa: meno import uguale meno pil già al nastro di partenza. Colpo durissimo per gli importatori americani.Seconda. Nessuna autarchia nel mondo moderno può funzionare.
L’equazione fra minori importazioni e maggiore produzione/consumo interno è pura astrazione. Vi sono beni che per ragioni climatiche, territoriali, qualitative o di attuale organizzazione produttiva gli Usa non possono procurarsi in quantità sufficienti al fabbisogno interno e a prezzi competitivi se non importando. Si va da generi alimentari primari (caffè, cacao, banane, pomodori, vini, formaggi) all’artigianato di lusso ma anche alle auto. I paventati dazi al 25% su Messico e Canada hanno fatto tremare l’industria automobilistica americana: quei Paesi sono fornitori di prodotti finiti o componenti per marchi come Ford, General Motors, Tesla. Il danno sarebbe tale per cui gli analisti di Bernstein dubitano che la minaccia si trasformi in realtà.Terza. Stando a un’analisi del Peterson Institute for International Economics, un dazio universale del 10 o 20% costerebbe a una famiglia di medio reddito rispettivamente 1.700 o 2.600 dollari all’anno. Da qui un rischio inflazionistico che colpirebbe le fasce meno abbienti e spingerebbe la Fed a un incremento dei tassi per raffreddare l’economia innescando una spirale recessiva.Una feroce politica di dazi porterebbe a una deglobalizzazione inversa, cioè a un isolazionismo parziale della maggior potenza mondiale, già fervida promotrice e lauta beneficiaria della globalizzazione.
Giusta o sbagliata che fosse quella via, le economie mondiali sono troppo interconnesse per concedersi il lusso di una retromarcia istantanea. Difficile decidere la ricetta, inutile affannarsi in anticipo. Si tratterà di negoziare: non su basi bilaterali ma in via unitaria da parte della Ue, magari paventando una politica monetaria che porti a indebolire l’euro sul dollaro. Senza dimenticare il monito di Theodore Roosevelt: se negozi, parla pacatamente ma porta con te un grosso bastone. Scovare il big stick sarebbe il primo obiettivo. (riproduzione riservata)
Emilio Girino
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