Green verde (o)scuro, fame nel mondo e consigli per chi sceglie

Abbiamo appena idealizzato il green che già il greenwashing (arte di spacciar per verde ciò che verde non è) proietta la sua ombra spettrale. Noto è il problema, alimentato dall’ideologica deriva elettricistica dell’automotive: in un Paese che abbisogna di 333.000 Gigawattora la rete potrebbe al massimo sostenere 10 milioni di veicoli con un consumo supplementare del 23%, oltre a colonnine ogni 5 metri di marciapiede ricaricabili, con un pizzico di ottimismo, in 2-6 ore (per far colonnine serve trivellare ogni marciapiede e garage di ogni città, cittadina, borgo e borghetto). In Germania, patria dell’auto, il 52% d’elettricità proviene da combustibili fossili. Batterie? Secondo l’agenzia Onu per il Commercio e lo Sviluppo, le materie prime sono estratte per il 50% in Congo, il 58% in Cile, l’80% in Cina, Brasile e Turchia, il 75% in Australia, Brasile, Sudafrica e Ucraina: in media, salvo rare eccezioni, Paesi non sempre esattamente ossequiosi dei diritti umani. Riciclando virtuosamente tutto il litio, nel prossimo decennio le nuove batterie basterebbero ad alimentare il parco auto per meno di 10 mesi (parola di Onu).

Il cahier des doléances potrebbe continuare a lungo, lungo una lunga onda polemica. Invece s’arresta di fronte a più che allarmanti dati, lucidamente chiariti da Ivano Vacondio, presidente di Federalimentare, in un’intervista ferragostana. Gli Usa vogliono toccare il 25% di biodiesel e bioetanolo, abbeverandosi a risorse alimentari.

In meno di nove mesi si registra uno skyrocketing di prezzo: il mais cresce del 60%, il frumento del 37%, la soia dell’80%, lo zucchero del 44%, l’olio di palma del 53%. Schizzando i prezzi dei cereali esplodono anche quelli di carne e latte, derivati di animali che di cereali vivono. E la lotta alla fame nel mondo, che la Fao sacrosantamente dichiara, dove va deragliando? Sul tutto s’innestano gli americani Rin (Renewable Ernergy Certificate) e gli europei Eua (European Union Allowance), trattabili come titoli, dunque capaci, in abbinamento ai future alimentari, di alzare artificiosamente la posta per ovvie spinte speculative (col rischio di tornare, sotto altre spoglie, al perverso meccano provocato da vendite allo scoperto e Cds nudi o multipli che scassarono rating e debiti di molti Paesi nel 2011-2012).

Non si fraintenda: la scelta di progresso verde è doverosa, ma va condotta – Vacondio rammenta – in modo graduale, responsabile, alieno da retorica e da frenesie modaiole. Ben vengano gli appelli, reclamistici ma onesti, di grandi aziende che invitano a quei piccoli, quotidiani gesti capaci di ridurre, se moltiplicati, gli inutili sprechi e le stoltezze dell’inquinar stupido e gratuito. È qui che la finanza di settore dovrebbe saper giocare la carta della lealtà intellettuale e girare la chiave del suo successo.

Le tassonomie normative non aiutano perché le variabili applicative e adattative sanno superarle in fretta, mentre gli oculati investitori professionali possono assumere un ruolo irripetibile. La selezione non può più basarsi su equazioni elementarizzanti, dovendo considerare la complessità dei fattori: benefici e costi dell’investimento verde, danni collaterali d’azioni precipitose, realistiche conseguenze di scelte accelerate, risultato netto di reale sostenibilità sociale.

Il fondo che avesse il coraggio di codificare nella sua policy di selezione investimenti che effettivamente combinino tutte le vere componenti della sostenibilità potrebbe cogliere nel medio termine trionfi sconosciuti ai budget dell’azzardo (es)temporaneo. Tenendo a mente una meta essenziale per il reale trionfo dell’Esg: inutile creare un mondo più respirabile per chi non possa più respirare. Per gestori e fondi è tempo di cambiar regolamenti e politiche di scelta. È una questione di fondo e in fondo non è così difficile.

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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.