Il golden power porterà a statalizzazioni incontrollabili?

Erede improprio della golden share, il golden power oggi assume fisionomie sempre più inquietanti, specie dove il potere statale non esiti a imboccare vie traverse.

In tempi di crescenti privatizzazioni, la legge 47/1994 accordò allo Stato il diritto di mantenere nelle aziende pubbliche cedute al mercato un’azione aurea, una partecipazione privilegiata che gli consentisse di incidere su scelte aziendali cruciali. Il potere aureo fu introdotto dalla L. 56/2012, che dilatò il diritto governativo sino al punto di intervenire nelle scelte di qualunque impresa, non già posseduta dallo Stato ma operante in settori strategici (difesa, sicurezza, energia, trasporti, telecomunicazioni), vietando o sottoponendo a specifiche prescrizioni operazioni straordinarie tali da poter mettere a repentaglio interessi nazionali. Nuove leggi (in particolare, 41/2019, 133/2019, 40/2020) e il Reg. Ue 2019/452 espandono in progressione il raggio interdittivo e prescrittivo del golden power a finanza, credito, assicurazioni, acqua, salute, sicurezza alimentare, intelligenza artificiale, robotica, semiconduttori, cybersecurity.

Il principio di fondo non è errato, coerente se vogliamo ai limiti entro i quali l’art. 41 della Costituzione sancisce la libera iniziativa imprenditoriale. La sua moderna applicazione lascia invece perplessi. E si tratta non solo e non tanto di una rotta italiana o europea (il caso Unicredit), ma di un dirottamento che singoli Stati pilotano, deviando l’uso dello strumento da mezzo di protezione a veicolo di controllo dell’economia. La liberalissima Olanda in ottobre, per ragioni di sicurezza nazionale, ha acquisito il controllo di Nexperia, produttrice di semiconduttori già di proprietà Philips e da questa ceduta alla cinese Wingtech. La Cina reagisce vietando l’esportazione dei chip in Europa, con conseguente retromarcia dell’Aja per non nuocere al già sinistrato mercato automobilistico europeo.

E i dazi statunitensi, tuttora al vaglio della Suprema Corte e della cui legittimità anche alcuni giudici conservatori dubitano? Il governo Usa va oltre, mirando ad acquisire partecipazioni in Boeing, Palantir e Lockheed Martin (quest’ultima di fatto già in mano al governo con un fatturato che per il 97% dipende dalle commesse di Washington). Ha già acquisito il 10% di Intel, è azionista di Mp Materials (terre rare) e, dopo averne rimosso l’export verso la Cina, ha imposto a Nvidia e Amd di riconoscere il 15% sui ricavi delle vendite di chip al Dragone. Svanita ogni certezza, è singolare che per i casi citati siano state invocate norme emergenziali di decenni fa (in Olanda il Goods Availability Act del 1952, per i dazi Usa l’International Emergency Economic Powers Act del 1977).

Singolare ma non troppo, perché si tratta della prova più liquida di un anelito invasivo che, là dove non possa avvalersi di un golden power, resuscita norme obsolete o usa muscoli politici per condizionare o governare impropriamente l’economia privata. Un overpower invisibile, quindi ancora più temibile, imprevedibile, incontrollabile. Dopo decenni di lotte e successi in favore della libera competizione privata, gli stessi Stati pronti a bacchettare chiunque falsi il gioco concorrenziale diventano artefici di atti di forza che, sotto più o meno mentite spoglie di tutela di superiori interessi, di fatto annientano i loro stessi precetti. Non c’entrano i modelli politico-economici, entrambe le ideali sponde ideologiche ormai usano gli stessi mezzi. C’è chi paventa che, se così non fosse, il mondo sarebbe di fatto governato dalle big tech, ma non sarà certo la loro statalizzazione a sciogliere il nodo: anzi, una simile deriva si tradurrebbe in una catastrofe planetaria perché metterebbe la tecnologia nelle mani di pochi Stati, i più forti, con più spiccate vocazioni autocratiche e che non avrebbero troppe remore nel cancellare norme che un privato deve pur sempre rispettare. Il pericolo di un degrado nazionalista delle economie non è dietro l’angolo. È qui già ora.

(riproduzione riservata)

 

Emilio Girino
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Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.