Crisi energetica e cortocircuiti finanziari: il peso delle quote Co2

Crisi energetica e cortocircuiti finanziari: il peso delle quote Co2

Mentre il G20 e il Cop26 si chiudono fra echi di solenni e ambiziosi impegni, strette calendaristiche prossime al surrealismo e bla-bla vari, le aziende devono, se possono, aprire i battenti ogni mattina. Nel caotico contesto ambientale fatto di coperte striminzite in cui si dibattono e combattono i governi mondiali con variabili e volubili gradi di convinzione e sincerità, la crisi energetica mostra il suo vero volto. Indifferente, spietato, realistico. É di fine ottobre il doloroso allarme lanciato da Giovanni Savorani, presidente di Confindustria Ceramica: il settore vedrà nel 2022 triplicare il costo delle bollette a circa un quarto del fatturato. La mannaia non s’abbatte solo su questo straordinario distretto di eccellenza del made in Italy ma coinvolge l’intero sistema produttivo agitando ovunque lo spettro inflazionistico e recessivo. Fra le molte concause geopolitiche (non da ultima la disomogeneità normativa fra Paesi che si autoimpongono draconiane decarbonizzazioni e quelli che invece il carbone lo bruciano allegramente e a piacimento) non va trascurato il peso giocato dalle quote di emissione. Il mercato (Ets-Emission Trading System), in origine regolamentato da una direttiva Ue del 1987, si basa sul modello cap&trade.

Fissato un livello massimo di emissioni ammesse, i grandi emettitori possono compensare gli eccessi acquistando quote all’asta sui vari mercati primari europei o sul secondario. Le realtà più modeste a rischio di delocalizzazione energetica (con la fuga verso lidi dove il carbone non è bandito) beneficiano di un certo stock di assegnazione gratuito. Comunque sia, secondo l’ultimo report del Gestore dei Servizi Energetici (Gse), il prezzo medio ponderato delle quote sul primario è schizzato da 20,9 euro a tonnellata nel secondo trimestre 2020 a 49,8 nel corrispondente periodo 2021: +138% (nel 2012 era 6,76!). A settembre ha già toccato i 60 euro. Sino all’avvento di Mifid II le quote di emissione potevano costituire il sottostante di derivati Otc, il che facilitava trattazioni opache. Dal 2018 le quote sono consacrate (giustamente) a strumenti finanziari e il mercato spot si apre legittimamente a una pletora di operatori, compresi gli intermediari. Ne consegue che la dinamica dei prezzi, com’è normale che sia, non risulta più influenzata solo dalla domanda reale ma anche dal fattore bid/ask. In un mercato impreparato alla transizione e, suo malgrado, bisognoso di carbone, l’innesto della componente speculativa genera una sorta di cortocircuito finanziario: la domanda di base aumenta, le quote diventano investimenti puri, domanda e offerta finanziaria rispondono di conseguenza, i tre fattori si combinano, generando spinte al rialzo anche maggiori di quelle originate da un già elevato fabbisogno reale.

La soluzione non sta né in un ritorno al passato, perché l’opacità degli scambi renderebbe ancor meno misurabile il contributo speculativo ai rialzi di prezzo, né in misure di sospensione del trading, perché sarebbero iniquamente penalizzanti e nei fatti dirotterebbero comunque la speculazione su mercati esteri più corrivi. Neppure convincono proposte volte a fissare un valore minimo delle quote, perché spingerebbero gli operatori ad alzare il tiro. Se la logica di fondo non fa una grinza (salendo il prezzo della Co2, le imprese accelereranno gli investimenti in energie alternative), nella pratica la situazione è drammaticamente diversa, dato che il ritmo di crescita del costo energetico non può essere fronteggiato nel durante senza devastanti ripercussioni in termini produttivi e occupazionali. Un’alternativa potrebbe consistere nel porre un cap, in luogo di un floor, al prezzo delle quote e nel contempo favorire la transizione con una defiscalizzazione totale e immediata degli investimenti green in luogo della consueta e tamponante pioggerellina di aiuti al consumo. Scandalosa, provocatoria, eco-politicamente scorretta proposta? Spetterà alle verdi ma aride praterie europee sentenziarlo.

Scarica articolo in PDF

Nato a Casale Monferrato il 18 novembre 1962, alunno del Collegio Ghislieri, si è laureato con lode all’Università di Pavia nel 1985.
Allievo del Prof. Ghidini e suo stretto collaboratore da oltre trentacinque anni, è divenuto socio dello Studio sin dalla sua fondazione e riveste il ruolo di managing partner.
È iscritto all’ordine degli Avvocati di Milano dal 1990. Nell’ambito dello Studio, si occupa prevalentemente delle problematiche bancarie, finanziarie, contrattuali, e societarie.