Cosa può fare l’investitore se la borsa si autodifende

Il disallineamento fra borse ed economie reali è un che di ormai così antico che non serve certo ricordarlo a chi legge. Oggi però ha un’origine, mira a un obiettivo e provoca un rimbalzo operativo radicalmente diversi da quelli del passato. Ascoltando i segnali inviati dai mercati azionari nell’ultimo biennio – connotato da rovinose incertezze politiche, economiche e finanziarie oltre che da una mondiale crisi istituzionale sconosciuta dal dopoguerra in poi – ci si accorge che qualcosa è cambiato.
Nel secondo trimestre 2026 il Nikkei è salito del 30% (il migliore da mezzo secolo), Nasdaq, S&P500 e Msci rispettivamente del 23, 17 e 15% (mai visto dal 2020 in poi), ma nel primo semestre Milano ha incassato un +15%, battendo i primi due indici americani (9 e 12%) e tutte le altre borse europee, che pur viaggiano bene. Le letture possono moltiplicarsi, ognuna può avere un senso, ma pur sempre un senso parziale. Nessuna rivela il fattore primario così traducibile: il mercato si autodifende. Malgrado ogni avversità, per i market mover delle due l’una: o il mondo sparirà o continuerà. Essendo la seconda ipotesi più probabile della prima, il meccano borsistico si ribella alle incognite, crea una specie di autostima che trasmette agli investitori, inclusi quelli retail, spingendo il sistema a credere in se stesso. Certo, se Hormuz si richiude, il petrolio impazza o se qualcuno minaccia dazi o ritorsioni, le borse battono in ritirata, seppure per poco. Ed è quel «per poco» che conta.
Il Liberation Day di aprile 2025 indubbiamente genera un crollo, ma la successiva ripresa espone un risultato netto esattamente agli antipodi. Restando in Piazza Affari, il 26 marzo 2025 il Ftse-Mib è a 39.058 punti, il 9 aprile crolla a 32.730 ma da lì in poi inizia una veloce risalita che lo porta, il 14 agosto scorso, a 53.583. Nelle ultime settimane, funestate dall’inasprirsi del conflitto mediorientale e dagli allarmi sull’incontrollabilità dell’AI, l’indice fluttua, ma nuovamente di poco e per poco e venerdì 18 settembre chiude a 52.330. Un simile trend testimonia la forza di un mercato che si contrappone alle degenerazioni del sistema geopolitico e geoeconomico. Per un curioso paradosso, quello che sembrava un male (borsa che non riflette l’economia reale) nel nuovo mondo diventa un potente anticorpo contro ogni tentativo di destabilizzazione degli investimenti.
Le borse, in definitiva, si trasformano in un sistema autonomo e parallelo, sempre meno sensibile alle variabili del contesto reale, sempre più proteso ad autodifendersi, una sorta di economia indipendente e autorigenerante che crea fiducia nell’investitore. Non è casuale che il bollettino quotidiano di MF Trading Guide, in apertura e a metà seduta, nella valutazione dell’indice concentri in esordio le sue attenzioni su sostegni e resistenze, su fase accumulativa o laterale, su elementi propri dell’analisi tecnica (grafica, in gergo), stimando quello che potrebbe accadere non tanto leggendo i fondamentali dei singoli titoli, bensì le potenziali reazioni del mercato. Un mercato che ha fatto di un suo limite una sua nuova forza. Tutto questo sarà una semplice constatazione o non ha, non dovrebbe avere ricadute anche sul piano dell’azione di consulenti e gestori di portafogli? Certo che sì.
Mettendomi nei loro panni, tenterei a ogni passo di frenare angosce liquidatorie o acquisitive mosse dall’emozione del momento, ma sarebbe un vero salto di qualità se i contratti, con apposite clausole, cambiassero volto e includessero espressamente un obbligo di rivelazione, anche storiografica, di queste mutazioni e delle loro conseguenze. Un atout che accrescerebbe il ruolo degli intermediari in una logica e una prospettiva adattate alla palingenesi dei mercati. Poi, si sa, il cigno nero è sempre dietro l’angolo dello stagno melmoso. Però sappiamo anche che il cigno nero è spesso ed efficacemente ripulito dalla razionalità di chi investe e di chi consiglia. (riproduzione riservata)
Emilio Girino
Emilio Girino
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