Basta un decreto per liberare i brevetti sui vaccini

Ghidini: lo prevede il codice della proprietà industriale. Approvvigionamento e industria: i potenziali vantaggi per l’Italia
di Andrea Boeris
Basterebbe un decreto per porre fine alla questione dei brevetti dei vaccini e liberarsi dalla dipendenza dalle case farmaceutiche titolari delle licenze. Con il duplice obiettivo di garantire un approvvigionamento al Paese e di creare un’industria nazionale dei vaccini, come spiega a MF-Milano Finanza Gustavo Ghidini, professore emerito di Diritto Industriale all’Università degli Studi di Milano. «Abbiamo ancora molta gente da vaccinare e tra otto mesi anche chi si è già vaccinato, verosimilmente, dovrà farsi vaccinare di nuovo», dice Ghidini. «In questo quadro, il grande assente è un’industria nazionale dei vaccini, che renda il Paese indipendente dalle grandi case farmaceutiche e permetta di soddisfare i bisogni del Paese. Per farlo, non si può che ragionare sul creare la possibilità che industrie nazionali possano, attrezzandosi tecnicamente, produrre sulla base di brevetti che sono oggi tutti stranieri».
Ma come? «Nel quadro internazionale», spiega Ghidini, «se si chiede una licenza, te la possono anche concedere, così come te la possono negare, e gli accordi Trips del 1994, entrati in vigore nel ’95 con il Wto, prevedono che gli Stati possano imporre licenze obbligatorie o prendersi l’uso del brevetto sulla base di una legge». In Italia la legge non prevede licenze obbligatorie per casi di emergenza sanitaria. Per evitare l’ostacolo si può ricorrere a uno strumento equivalente che richiede un semplice decreto amministrativo. E non è una vera espropriazione, ma una condivisione dell’uso: «Una possibilità che è equivalente a quella della licenza obbligatoria, di cui pochi sembrano essersi resi conto», fa notare Ghidini: «Nel Codice della Proprietà Industriale, legge dello Stato dal 2005, c’è una norma che deriva da un’altra più antica presente in molti ordinamenti per la difesa militare. Questa norma è stata allargata dal militare ad altre cause di pubblica utilità, il nostro caso, e parla di espropriazione del brevetto, ma anche di espropriazione dell’uso: lo Stato, sia per ragioni militari che di pubblica utilità, può espropriare il brevetto, ma può anche semplicemente espropriare l’uso e impadronirsi dell’uso».
Ma in questo caso impadronirsi non significa sottrarre la licenza. «Pfizer e le altre società dovrebbero solo consentire allo Stato di usare il brevetto», specifica Ghidini, «ma potrebbero benissimo continuare a produrre, anche in Italia, stipulando accordi con tutti i licenziatari che vogliono; dovrebbero solo consentire che lo Stato, per far crescere un’industria nazionale, si prenda la capacità di usare il brevetto».
A consentire tutto questo, secondo Ghidini, sono gli articoli 141, 142 e 143 del Codice della Proprietà Industriale. In particolare, il 142 «prevede che l’attribuzione dell’uso allo Stato avvenga tramite indennizzo da corrispondere al titolare straniero del brevetto: quindi questa non sarebbe un’appropriazione gratuita né tanto meno esclusiva, perché le società potrebbero benissimo continuare a produrre quanti vaccini vogliono e dove vogliono. Ma chiaramente le aziende farmaceutiche che producono i vaccini potrebbero non avere interesse a che sorga un’industria nazionale che a poco a poco si renda autonoma, perché il loro interesse è quello di vendere alle loro condizioni e se possibile dettando le regole del gioco».
Ovviamente gli eventuali indennizzi da corrispondere alle varie Pfizer, Moderna e sorelle sarebbero tutti da valutare, ma «si pagherebbe una royalty sul venduto e in ogni caso si dovrebbe analizzare caso per caso», prosegue Ghidini, «ma in questo modo non soltanto si garantirebbe l’approvvigionamento per la prossima tornata della campagna vaccinale, ma si farebbe anche un’operazione di politica industriale, con la creazione di un’industria nazionale vaccinale». Un doppio obiettivo, con lo sguardo rivolto sia al presente che al futuro, anche in un’ottica di nuove pandemie.
La strada da seguire per andare in questa direzione è semplice. «Non ci vuole una legge», conclude Ghidini, «ma basta un decreto amministrativo del capo dello Stato su iniziativa del ministero della Salute, sentito il ministro dell’Economia e informato il Consiglio dei ministri. Un atto puramente amministrativo, che spegnerebbe tutti i dibattiti e che si potrebbe adottare subito».
